Giacomo Costa. time(e)scape: architetture del futuro, visioni del presente

About the Author: Redazione ViviCreativo

Published On: 14 Gennaio 2026

Tempo stimato per la lettura: 2,3 minuti

Tra fotografia digitale, video e immaginazione speculativa, Giacomo Costa torna a interrogare il nostro rapporto con il tempo, il progresso e l’ambiente. Dal 16 gennaio al 1 febbraio 2026, Rifugio Digitale presenta time(e)scape, una mostra che si muove sul crinale sottile tra distopia e possibilità future. Curata da Serena Tabacchi, con la direzione artistica di Laura Andreini, e realizzata in collaborazione con NM Contemporary e Forma Edizioni, l’esposizione si configura come un’esperienza immersiva e profondamente contemporanea.

La città come organismo mentale

In time(e)scape la città non è mai un semplice scenario. È un corpo vivo, simbolico, quasi psichico. Le architetture immaginate da Costa si dispiegano come paesaggi post-naturalisti in cui tecnologia e visione artistica convergono, generando ambienti sospesi in una temporalità instabile. Sono luoghi che sembrano provenire da un futuro remoto o da un passato mai esistito, oscillando tra deriva distopica e immaginazione speculativa.

Trent’anni di ricerca tra fotografia e cinema

Da oltre trent’anni, Costa costruisce universi visivi all’interno di un territorio ibrido, dove fotografia digitale e video diventano strumenti di composizione architettonica. Attraverso tecnologie derivate dal design e dal linguaggio cinematografico, l’artista dà forma a metropoli iperstrutturate e spesso disabitate: città-fantasma che appaiono come fossili del futuro. I riferimenti culturali emergono con forza, dalle visioni verticali di Metropolis di Fritz Lang alle utopie radicali di Archigram e Superstudio, fino alle avanguardie del Novecento.

Presenza umana, anche quando non si vede

L’assenza della figura umana è solo apparente. L’umanità è inscritta nelle proporzioni monumentali, nei vuoti vertiginosi, nelle strutture pensate per corpi che non ci sono più – o che devono ancora arrivare. La città diventa macchina autonoma, ipotesi estrema di controllo e organizzazione totale. È in questa tensione tra presenza e assenza che il lavoro di Costa rivela la sua dimensione politica e culturale, riflettendo aspirazioni, paure e ossessioni della società contemporanea.

Paesaggi instabili e futuri già in atto

Accanto all’architettura, il paesaggio assume una dimensione metafisica e fragile. Le immagini iperrealistiche raccontano un mondo segnato da trasformazioni lente o improvvise, da uno sfruttamento delle risorse che ha compromesso gli equilibri del pianeta. Nei video, questi universi si sviluppano in movimenti ciclici e ipnotici, coinvolgendo lo spettatore in un loop visivo senza fine. Scenari visionari che, in alcune parti del mondo, non appartengono più al futuro, ma al presente.

time(e)scape è così una mostra che non si limita a essere osservata: chiede di essere attraversata, abitata mentalmente, interrogata. Proprio come le città che immagina.

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Tempo stimato per la lettura: 7 minuti

Tra fotografia digitale, video e immaginazione speculativa, Giacomo Costa torna a interrogare il nostro rapporto con il tempo, il progresso e l’ambiente. Dal 16 gennaio al 1 febbraio 2026, Rifugio Digitale presenta time(e)scape, una mostra che si muove sul crinale sottile tra distopia e possibilità future. Curata da Serena Tabacchi, con la direzione artistica di Laura Andreini, e realizzata in collaborazione con NM Contemporary e Forma Edizioni, l’esposizione si configura come un’esperienza immersiva e profondamente contemporanea.

La città come organismo mentale

In time(e)scape la città non è mai un semplice scenario. È un corpo vivo, simbolico, quasi psichico. Le architetture immaginate da Costa si dispiegano come paesaggi post-naturalisti in cui tecnologia e visione artistica convergono, generando ambienti sospesi in una temporalità instabile. Sono luoghi che sembrano provenire da un futuro remoto o da un passato mai esistito, oscillando tra deriva distopica e immaginazione speculativa.

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Da oltre trent’anni, Costa costruisce universi visivi all’interno di un territorio ibrido, dove fotografia digitale e video diventano strumenti di composizione architettonica. Attraverso tecnologie derivate dal design e dal linguaggio cinematografico, l’artista dà forma a metropoli iperstrutturate e spesso disabitate: città-fantasma che appaiono come fossili del futuro. I riferimenti culturali emergono con forza, dalle visioni verticali di Metropolis di Fritz Lang alle utopie radicali di Archigram e Superstudio, fino alle avanguardie del Novecento.

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L’assenza della figura umana è solo apparente. L’umanità è inscritta nelle proporzioni monumentali, nei vuoti vertiginosi, nelle strutture pensate per corpi che non ci sono più – o che devono ancora arrivare. La città diventa macchina autonoma, ipotesi estrema di controllo e organizzazione totale. È in questa tensione tra presenza e assenza che il lavoro di Costa rivela la sua dimensione politica e culturale, riflettendo aspirazioni, paure e ossessioni della società contemporanea.

Paesaggi instabili e futuri già in atto

Accanto all’architettura, il paesaggio assume una dimensione metafisica e fragile. Le immagini iperrealistiche raccontano un mondo segnato da trasformazioni lente o improvvise, da uno sfruttamento delle risorse che ha compromesso gli equilibri del pianeta. Nei video, questi universi si sviluppano in movimenti ciclici e ipnotici, coinvolgendo lo spettatore in un loop visivo senza fine. Scenari visionari che, in alcune parti del mondo, non appartengono più al futuro, ma al presente.

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