Centrale Fies 2026: arte, performance e ricerca contemporanea

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 11 Luglio 2026

Tempo stimato per la lettura: 11,3 minuti

Dal 16 al 26 luglio 2026, Centrale Fies torna ad aprire le porte per dieci giorni di mostre, performance, lecture, pratiche collettive e momenti conviviali. Non un festival nel senso più rassicurante del termine, ma un dispositivo culturale che preferisce la complessità alla formula, la ricerca alla vetrina, la relazione alla semplice successione di eventi.

In questo centro di ricerca dedicato alle pratiche performative contemporanee, immerso nel paesaggio trentino, l’estate diventa così una forma di restituzione pubblica: ciò che durante l’anno nasce nelle residenze, nei laboratori e nei percorsi di ricerca viene esposto, condiviso, messo alla prova davanti a un pubblico. Il risultato è un programma volutamente poroso, nel quale arti visive, teatro, danza, musica, attivismo e pratiche curatoriali convivono senza cercare una sintesi obbligatoria.

Un’estate costruita sulla ricerca

La programmazione si apre il 16 luglio con l’inaugurazione della mostra e una performance, curate da Simone Frangi e Barbara Boninsegna, e prosegue dal 17 al 19 luglio con LIVE WORKS SUMMIT e Agitu Ideo Gudeta Fellowship. Il 22 luglio sarà la volta di The Sparks Return, mentre dal 23 al 26 luglio arriverà LOVE IS POLITICAL, il grande capitolo conclusivo dell’estate.

È una struttura che racconta bene il metodo di Centrale Fies: invece di concentrare tutto in un unico formato spettacolare, il centro lascia emergere progetti differenti, ognuno con la propria grammatica. Un sistema di alleanze più che una line-up, una curatela espansa che assume la pluralità non come ornamento ma come metodo.

Come spiega la direttrice artistica Barbara Boninsegna, la programmazione nasce dalla volontà di non affidarsi a un’unica visione curatoriale. Il risultato è un ecosistema nel quale progettualità autonome possono convivere, attraversarsi e produrre nuove possibilità.

Monia Ben Hamouda e il linguaggio come materia

A fare da filo visivo al programma sarà la personale di Monia Ben Hamouda, visitabile durante gli orari di apertura fino al 26 luglio. Nata a Milano da una famiglia tunisina, l’artista costruisce una ricerca sospesa fra la storia dell’arte del Medio Oriente e quella dell’Europa occidentale, interrogando il linguaggio, la memoria e la trasmissione delle forme.

La calligrafia islamica ereditata dal padre non viene trattata come un patrimonio immobile, ma come una materia capace di trasformarsi. Acciaio, sabbia e spezie costruiscono un paesaggio sensoriale nel quale le sculture sembrano sottrarsi alla gravità, mentre la sabbia introduce un elemento di instabilità e trasformazione.

È un lavoro che rifiuta la lettura immediata. La tradizione dell’aniconismo, la poesia najdita e la storia delle migrazioni culturali diventano materiali per una riflessione sul modo in cui le memorie sopravvivono, cambiano forma e talvolta vengono dimenticate. A Fies, il tempo non è soltanto un tema: diventa una sostanza che modifica fisicamente lo spazio.

Live Works, la scena che deve ancora diventare scena

Dal 17 al 19 luglio LIVE WORKS SUMMIT presenta le performance finali dell’edizione 2025 di Live Works, uno dei progetti italiani più longevi dedicati alla ricerca performativa contemporanea attraverso una prospettiva curatoriale decoloniale.

Il dispositivo funziona anche come piattaforma concreta per artisti emergenti, sostenuta da una rete internazionale che comprende istituzioni e realtà come Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Grassi, Tanzfabrik Berlin, Hangar Barcelona e Operaestate Festival.

A Fies, dunque, il pubblico non incontra soltanto opere finite, ma una generazione di artiste e artisti nel momento delicato in cui una ricerca individuale comincia a entrare nel sistema culturale internazionale. È una delle caratteristiche più interessanti del progetto: trasformare il debutto in un momento di confronto, anziché in un semplice passaggio di carriera.

The Sparks Return, il territorio come interlocutore

Il 22 luglio Centrale Fies sposta l’attenzione dal sistema dell’arte al territorio con The Sparks Return, progetto di Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, curato da Stefania Santoni, Pierangelo Giacomuzzi e P. Parenti e vincitore del bando Laboratorio di Creatività Contemporanea promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Il progetto mette in relazione giovani attivisti culturali e comunità delle vallate trentine, interrogando il rapporto tra cultura, paesaggio, appartenenza e trasformazione sociale.

La giornata si apre alle 14 con Eco, assemblea aperta e habitat di pratica di ecologie queer curata da P. Parenti e dal percorso Bagnomaria. Seguono alle 17.30 Frèl 3.0 – rich bitch, tavolo di lavoro pubblico con Pierangelo Giacomuzzi e Gianluca D’Incà Levis, e alle 18.30 Sorellanza. Genealogie della cura, conversazione fra Stefania Santoni e Chiara Tagliaferri. La giornata si chiude alle 20 con il dj set di Yasmin Khalify.

Qui il pubblico non è spettatore di un programma, ma parte di una situazione. L’idea di partecipazione non viene aggiunta come cornice pedagogica: è il materiale stesso del progetto.

Love is Political: quando l’intimità diventa una questione pubblica

Dal 23 al 26 luglio, LOVE IS POLITICAL porta al centro una domanda apparentemente semplice e tutt’altro che innocente: cosa succede quando le relazioni diventano una forma di politica?

Dopo Enduring Love, Evolving Love e Radical Love, Centrale Fies guarda quest’anno ad amore, amicizia, alleanza e cura come pratiche capaci di modificare il reale. Il privato, in questa prospettiva, non è mai completamente privato: le relazioni producono comunità, definiscono appartenenze, generano conflitti e possibilità.

LOVE IS POLITICAL assume così la forma di una costellazione. Mostre, performance, installazioni, conversazioni e pratiche collettive convivono senza essere costrette dentro un unico racconto. È una scelta coerente con l’idea di “curatela espansa” che attraversa l’intero progetto di Centrale Fies.

Un archivio blu, fra profumo e memoria

Tra le presenze più singolari dell’edizione 2026 c’è BLUE BLUE BLUE LIMBO – un-archive, progetto di Industria Indipendente curato da Michele Bertolino.

Allestito in un nuovo spazio di Centrale Fies, un tempo destinato a conservare l’archivio della centrale idroelettrica, il progetto assume la forma di un archivio impossibile: testi, immagini, suoni, fragranze e riferimenti letterari e teorici costruiscono un ambiente nel quale il profumo diventa dispositivo performativo.

Da Kathy Acker a Derek Jarman, passando per paesaggi sonori, immagini e materiali olfattivi, l’archivio si presenta come un organismo aperto. Il profumo Blue Blue Blue Limbo, sviluppato dal collettivo, non è soltanto un oggetto ma un modo di raccontare il corpo e la sua porosità.

Venerdì 24 luglio, una conversazione con Laura Tripaldi approfondirà proprio il rapporto fra corpo, materialità e performatività, mettendo in dialogo ricerca teorica e pratica artistica.

Guardare dall’alto, guardare dal basso

Dal 23 al 25 luglio LIMINAL, laboratorio di ricerca dell’Università di Bologna dedicato alla violenza di frontiera e alle tecniche di rappresentazione e investigazione, presenta Overhead.

Il progetto mette in relazione tre genealogie della sorveglianza aerea: i dispositivi di Frontex nel Mediterraneo, l’occupazione aerea israeliana della Palestina e l’uso dell’aviazione italiana durante l’occupazione coloniale della Libia.

La questione non è soltanto cosa viene visto dall’alto, ma chi possiede il diritto di guardare. Overhead prova a rovesciare quella prospettiva, interrogando il significato anticoloniale dello sguardo dal basso. Un’installazione audiovisiva e un public program trasformano così la tecnologia dello sguardo in materia critica.

L’arte come resistenza civile

Anche la guerra e la sopravvivenza del patrimonio culturale entrano nella programmazione attraverso il progetto di Sofia Baldi Pighi, che porta a Centrale Fies la scena culturale ucraina come esempio di resistenza.

Mostre, librerie, spettacoli e pratiche artistiche continuano infatti a esistere anche durante il conflitto, diventando strumenti di mobilitazione e raccolta fondi. In questo contesto arriva Repeat after me II di OPEN GROUP, installazione video presentata nel Padiglione Polonia alla 60ª Biennale di Venezia.

Il lavoro raccoglie le testimonianze di persone fuggite dalla guerra attraverso la riproduzione vocale dei suoni delle armi ricordati dai protagonisti. La memoria sonora diventa così una forma di testimonianza: un archivio fragile, corporeo, impossibile da separare dall’esperienza di chi lo produce.

Dal Frankenstein di Motus al Polittico dell’infamia

La sezione performativa di LOVE IS POLITICAL attraversa linguaggi e generazioni. Il 23 luglio Motus presenta Frankenstein (history of hate), conclusione del progetto Frankenstein, spostando l’attenzione sulla creatura di Mary Shelley e sul momento in cui l’esclusione prende coscienza di sé.

Nella stessa giornata Wissal Houbabi e Afif Ben Fekih presentano Sawt, una ricerca nella quale parola, canto e corpo si confondono fino a diventare grido, lamento, rinascita.

Il 24 luglio Violetta Cottini presenta Fey, lavoro ispirato alla visione infrarossa delle fototrappole e alla possibilità di osservare ciò che normalmente resta invisibile. Nella stessa giornata CollettivO CineticO / Francesca Pennini porta Abracadabra, evoluzione dello studio presentato l’anno precedente a Fies dopo un percorso di residenze artistiche.

Sabato 25 luglio Chiara Bersani presenta Left Behind – Lecture, introduzione al nuovo lavoro dell’artista che, attraverso i meccanismi dell’horror, si interroga sulla possibilità che soggettività marginalizzate possano produrre paura anziché esserne soltanto vittime.

Il 26 luglio Anagoor presenta Il Polittico dell’infamia, un lavoro multimediale e multilingue che mette in relazione arte, violenza e testimonianza. Le incisioni di Theodore de Bry sul genocidio degli indigeni nelle Americhe e Il Massacro di San Bartolomeo di François Dubois diventano i punti di partenza per una domanda radicale: l’arte è testimone della violenza o può diventare, consapevolmente o meno, sua complice?

La giornata conclusiva prosegue con Dewey Dell, che rilegge Dido and Aeneas di Henry Purcell attraverso una rielaborazione elettroacustica, e con Mali Weil, protagonista di Pure magic/The law is a white wolf, una sorta di seduta magico-giuridica dedicata al potere trasformativo del diritto.

Il dancefloor come luogo politico

Ogni serata di LOVE IS POLITICAL sarà accompagnata da CLUB ALTROVE, curato dal collettivo trentino Rifugio Amore.

Qui il club non viene concepito come semplice appendice notturna del programma, ma come spazio di relazione. Il dancefloor diventa un luogo nel quale sperimentare prossimità, appartenenza e libertà, attraverso la musica e la costruzione di un contesto inclusivo.

KUNTHUG, Kobramulata e Mantis porteranno sonorità elettroniche, influenze balcaniche e mediorientali, ritualità e ricerca contemporanea. Ancora una volta, a Fies, il pubblico non viene soltanto invitato ad assistere: viene invitato a stare insieme.

Un modello curatoriale che sceglie la complessità

La trasformazione di Centrale Fies è iniziata nel 2020 con una progressiva revisione del modello festivaliero. Da allora il centro ha sviluppato una struttura più aperta, modulare e transdisciplinare, nella quale la direzione artistica funziona soprattutto come infrastruttura capace di mettere in relazione soggetti e pratiche differenti.

Nel 2026 questa impostazione diventa particolarmente evidente. Accanto a Barbara Boninsegna e Simone Frangi, entrano nella costellazione curatoriale Lorenzo Pezzani con LIMINAL, Sofia Baldi Pighi, Michele Bertolino, Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, insieme agli attivisti e alle attiviste culturali di The Sparks Return e al collettivo Rifugio Amore.

Il principio è semplice, ma oggi tutt’altro che scontato: non ridurre la complessità per renderla più facilmente consumabile. Centrale Fies preferisce costruire condizioni affinché differenze, competenze e visioni possano coesistere.

Un centro radicato e internazionale

Il programma estivo è anche la parte visibile di un lavoro che dura tutto l’anno, alimentato dalle residenze artistiche e dal percorso PASSO NORD – Centro Regionale di Residenza Artistica Trentino Alto Adige – Südtirol. È qui che Centrale Fies definisce una delle sue peculiarità: essere contemporaneamente luogo profondamente radicato nel territorio e piattaforma internazionale. Non un centro culturale che utilizza il paesaggio come semplice scenografia, ma un organismo che prova a costruire con il territorio una relazione di reciprocità. Come sottolinea il presidente Dino Sommadossi, l’obiettivo è fare della cultura uno spazio di relazione e pensiero, mantenendo aperto il dialogo fra provenienze, sensibilità e competenze differenti.

Pagare quanto si vuole, partecipare come si può

Anche la politica dei biglietti riflette questa idea di apertura. Da quattro anni Centrale Fies sperimenta una formula che affianca alle numerose proposte gratuite quattro fasce di prezzo, lasciando al pubblico la possibilità di scegliere il livello di partecipazione economica attraverso il principio del “Pay What You Want”.

Non è soltanto una questione di accessibilità. È un altro modo di dichiarare che il rapporto fra istituzione culturale e pubblico può essere negoziato, e che il valore di un’esperienza artistica non deve necessariamente essere tradotto in un prezzo unico e indiscutibile.

Un’estate senza recinto

Centrale Fies arriva dunque all’estate 2026 senza la necessità di definirsi attraverso un’etichetta unica. Festival, centro di ricerca, spazio espositivo, luogo di produzione, laboratorio territoriale: le categorie si sovrappongono e perdono progressivamente i propri confini.

Dal 16 al 26 luglio, tra una scultura di acciaio e spezie, un’assemblea queer, un’opera di Purcell trasformata dall’elettronica, un archivio olfattivo, una pista da ballo e una performance sul trauma della guerra, Fies costruisce un territorio culturale nel quale l’arte non è chiamata semplicemente a rappresentare il presente. È chiamata a metterlo in discussione.

 

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Published On: 11 Luglio 2026

About the Author: Cristina Biordi

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In questo centro di ricerca dedicato alle pratiche performative contemporanee, immerso nel paesaggio trentino, l’estate diventa così una forma di restituzione pubblica: ciò che durante l’anno nasce nelle residenze, nei laboratori e nei percorsi di ricerca viene esposto, condiviso, messo alla prova davanti a un pubblico. Il risultato è un programma volutamente poroso, nel quale arti visive, teatro, danza, musica, attivismo e pratiche curatoriali convivono senza cercare una sintesi obbligatoria.

Un’estate costruita sulla ricerca

La programmazione si apre il 16 luglio con l’inaugurazione della mostra e una performance, curate da Simone Frangi e Barbara Boninsegna, e prosegue dal 17 al 19 luglio con LIVE WORKS SUMMIT e Agitu Ideo Gudeta Fellowship. Il 22 luglio sarà la volta di The Sparks Return, mentre dal 23 al 26 luglio arriverà LOVE IS POLITICAL, il grande capitolo conclusivo dell’estate.

È una struttura che racconta bene il metodo di Centrale Fies: invece di concentrare tutto in un unico formato spettacolare, il centro lascia emergere progetti differenti, ognuno con la propria grammatica. Un sistema di alleanze più che una line-up, una curatela espansa che assume la pluralità non come ornamento ma come metodo.

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Monia Ben Hamouda e il linguaggio come materia

A fare da filo visivo al programma sarà la personale di Monia Ben Hamouda, visitabile durante gli orari di apertura fino al 26 luglio. Nata a Milano da una famiglia tunisina, l’artista costruisce una ricerca sospesa fra la storia dell’arte del Medio Oriente e quella dell’Europa occidentale, interrogando il linguaggio, la memoria e la trasmissione delle forme.

La calligrafia islamica ereditata dal padre non viene trattata come un patrimonio immobile, ma come una materia capace di trasformarsi. Acciaio, sabbia e spezie costruiscono un paesaggio sensoriale nel quale le sculture sembrano sottrarsi alla gravità, mentre la sabbia introduce un elemento di instabilità e trasformazione.

È un lavoro che rifiuta la lettura immediata. La tradizione dell’aniconismo, la poesia najdita e la storia delle migrazioni culturali diventano materiali per una riflessione sul modo in cui le memorie sopravvivono, cambiano forma e talvolta vengono dimenticate. A Fies, il tempo non è soltanto un tema: diventa una sostanza che modifica fisicamente lo spazio.

Live Works, la scena che deve ancora diventare scena

Dal 17 al 19 luglio LIVE WORKS SUMMIT presenta le performance finali dell’edizione 2025 di Live Works, uno dei progetti italiani più longevi dedicati alla ricerca performativa contemporanea attraverso una prospettiva curatoriale decoloniale.

Il dispositivo funziona anche come piattaforma concreta per artisti emergenti, sostenuta da una rete internazionale che comprende istituzioni e realtà come Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Grassi, Tanzfabrik Berlin, Hangar Barcelona e Operaestate Festival.

A Fies, dunque, il pubblico non incontra soltanto opere finite, ma una generazione di artiste e artisti nel momento delicato in cui una ricerca individuale comincia a entrare nel sistema culturale internazionale. È una delle caratteristiche più interessanti del progetto: trasformare il debutto in un momento di confronto, anziché in un semplice passaggio di carriera.

The Sparks Return, il territorio come interlocutore

Il 22 luglio Centrale Fies sposta l’attenzione dal sistema dell’arte al territorio con The Sparks Return, progetto di Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, curato da Stefania Santoni, Pierangelo Giacomuzzi e P. Parenti e vincitore del bando Laboratorio di Creatività Contemporanea promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Il progetto mette in relazione giovani attivisti culturali e comunità delle vallate trentine, interrogando il rapporto tra cultura, paesaggio, appartenenza e trasformazione sociale.

La giornata si apre alle 14 con Eco, assemblea aperta e habitat di pratica di ecologie queer curata da P. Parenti e dal percorso Bagnomaria. Seguono alle 17.30 Frèl 3.0 – rich bitch, tavolo di lavoro pubblico con Pierangelo Giacomuzzi e Gianluca D’Incà Levis, e alle 18.30 Sorellanza. Genealogie della cura, conversazione fra Stefania Santoni e Chiara Tagliaferri. La giornata si chiude alle 20 con il dj set di Yasmin Khalify.

Qui il pubblico non è spettatore di un programma, ma parte di una situazione. L’idea di partecipazione non viene aggiunta come cornice pedagogica: è il materiale stesso del progetto.

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Dopo Enduring Love, Evolving Love e Radical Love, Centrale Fies guarda quest’anno ad amore, amicizia, alleanza e cura come pratiche capaci di modificare il reale. Il privato, in questa prospettiva, non è mai completamente privato: le relazioni producono comunità, definiscono appartenenze, generano conflitti e possibilità.

LOVE IS POLITICAL assume così la forma di una costellazione. Mostre, performance, installazioni, conversazioni e pratiche collettive convivono senza essere costrette dentro un unico racconto. È una scelta coerente con l’idea di “curatela espansa” che attraversa l’intero progetto di Centrale Fies.

Un archivio blu, fra profumo e memoria

Tra le presenze più singolari dell’edizione 2026 c’è BLUE BLUE BLUE LIMBO – un-archive, progetto di Industria Indipendente curato da Michele Bertolino.

Allestito in un nuovo spazio di Centrale Fies, un tempo destinato a conservare l’archivio della centrale idroelettrica, il progetto assume la forma di un archivio impossibile: testi, immagini, suoni, fragranze e riferimenti letterari e teorici costruiscono un ambiente nel quale il profumo diventa dispositivo performativo.

Da Kathy Acker a Derek Jarman, passando per paesaggi sonori, immagini e materiali olfattivi, l’archivio si presenta come un organismo aperto. Il profumo Blue Blue Blue Limbo, sviluppato dal collettivo, non è soltanto un oggetto ma un modo di raccontare il corpo e la sua porosità.

Venerdì 24 luglio, una conversazione con Laura Tripaldi approfondirà proprio il rapporto fra corpo, materialità e performatività, mettendo in dialogo ricerca teorica e pratica artistica.

Guardare dall’alto, guardare dal basso

Dal 23 al 25 luglio LIMINAL, laboratorio di ricerca dell’Università di Bologna dedicato alla violenza di frontiera e alle tecniche di rappresentazione e investigazione, presenta Overhead.

Il progetto mette in relazione tre genealogie della sorveglianza aerea: i dispositivi di Frontex nel Mediterraneo, l’occupazione aerea israeliana della Palestina e l’uso dell’aviazione italiana durante l’occupazione coloniale della Libia.

La questione non è soltanto cosa viene visto dall’alto, ma chi possiede il diritto di guardare. Overhead prova a rovesciare quella prospettiva, interrogando il significato anticoloniale dello sguardo dal basso. Un’installazione audiovisiva e un public program trasformano così la tecnologia dello sguardo in materia critica.

L’arte come resistenza civile

Anche la guerra e la sopravvivenza del patrimonio culturale entrano nella programmazione attraverso il progetto di Sofia Baldi Pighi, che porta a Centrale Fies la scena culturale ucraina come esempio di resistenza.

Mostre, librerie, spettacoli e pratiche artistiche continuano infatti a esistere anche durante il conflitto, diventando strumenti di mobilitazione e raccolta fondi. In questo contesto arriva Repeat after me II di OPEN GROUP, installazione video presentata nel Padiglione Polonia alla 60ª Biennale di Venezia.

Il lavoro raccoglie le testimonianze di persone fuggite dalla guerra attraverso la riproduzione vocale dei suoni delle armi ricordati dai protagonisti. La memoria sonora diventa così una forma di testimonianza: un archivio fragile, corporeo, impossibile da separare dall’esperienza di chi lo produce.

Dal Frankenstein di Motus al Polittico dell’infamia

La sezione performativa di LOVE IS POLITICAL attraversa linguaggi e generazioni. Il 23 luglio Motus presenta Frankenstein (history of hate), conclusione del progetto Frankenstein, spostando l’attenzione sulla creatura di Mary Shelley e sul momento in cui l’esclusione prende coscienza di sé.

Nella stessa giornata Wissal Houbabi e Afif Ben Fekih presentano Sawt, una ricerca nella quale parola, canto e corpo si confondono fino a diventare grido, lamento, rinascita.

Il 24 luglio Violetta Cottini presenta Fey, lavoro ispirato alla visione infrarossa delle fototrappole e alla possibilità di osservare ciò che normalmente resta invisibile. Nella stessa giornata CollettivO CineticO / Francesca Pennini porta Abracadabra, evoluzione dello studio presentato l’anno precedente a Fies dopo un percorso di residenze artistiche.

Sabato 25 luglio Chiara Bersani presenta Left Behind – Lecture, introduzione al nuovo lavoro dell’artista che, attraverso i meccanismi dell’horror, si interroga sulla possibilità che soggettività marginalizzate possano produrre paura anziché esserne soltanto vittime.

Il 26 luglio Anagoor presenta Il Polittico dell’infamia, un lavoro multimediale e multilingue che mette in relazione arte, violenza e testimonianza. Le incisioni di Theodore de Bry sul genocidio degli indigeni nelle Americhe e Il Massacro di San Bartolomeo di François Dubois diventano i punti di partenza per una domanda radicale: l’arte è testimone della violenza o può diventare, consapevolmente o meno, sua complice?

La giornata conclusiva prosegue con Dewey Dell, che rilegge Dido and Aeneas di Henry Purcell attraverso una rielaborazione elettroacustica, e con Mali Weil, protagonista di Pure magic/The law is a white wolf, una sorta di seduta magico-giuridica dedicata al potere trasformativo del diritto.

Il dancefloor come luogo politico

Ogni serata di LOVE IS POLITICAL sarà accompagnata da CLUB ALTROVE, curato dal collettivo trentino Rifugio Amore.

Qui il club non viene concepito come semplice appendice notturna del programma, ma come spazio di relazione. Il dancefloor diventa un luogo nel quale sperimentare prossimità, appartenenza e libertà, attraverso la musica e la costruzione di un contesto inclusivo.

KUNTHUG, Kobramulata e Mantis porteranno sonorità elettroniche, influenze balcaniche e mediorientali, ritualità e ricerca contemporanea. Ancora una volta, a Fies, il pubblico non viene soltanto invitato ad assistere: viene invitato a stare insieme.

Un modello curatoriale che sceglie la complessità

La trasformazione di Centrale Fies è iniziata nel 2020 con una progressiva revisione del modello festivaliero. Da allora il centro ha sviluppato una struttura più aperta, modulare e transdisciplinare, nella quale la direzione artistica funziona soprattutto come infrastruttura capace di mettere in relazione soggetti e pratiche differenti.

Nel 2026 questa impostazione diventa particolarmente evidente. Accanto a Barbara Boninsegna e Simone Frangi, entrano nella costellazione curatoriale Lorenzo Pezzani con LIMINAL, Sofia Baldi Pighi, Michele Bertolino, Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, insieme agli attivisti e alle attiviste culturali di The Sparks Return e al collettivo Rifugio Amore.

Il principio è semplice, ma oggi tutt’altro che scontato: non ridurre la complessità per renderla più facilmente consumabile. Centrale Fies preferisce costruire condizioni affinché differenze, competenze e visioni possano coesistere.

Un centro radicato e internazionale

Il programma estivo è anche la parte visibile di un lavoro che dura tutto l’anno, alimentato dalle residenze artistiche e dal percorso PASSO NORD – Centro Regionale di Residenza Artistica Trentino Alto Adige – Südtirol. È qui che Centrale Fies definisce una delle sue peculiarità: essere contemporaneamente luogo profondamente radicato nel territorio e piattaforma internazionale. Non un centro culturale che utilizza il paesaggio come semplice scenografia, ma un organismo che prova a costruire con il territorio una relazione di reciprocità. Come sottolinea il presidente Dino Sommadossi, l’obiettivo è fare della cultura uno spazio di relazione e pensiero, mantenendo aperto il dialogo fra provenienze, sensibilità e competenze differenti.

Pagare quanto si vuole, partecipare come si può

Anche la politica dei biglietti riflette questa idea di apertura. Da quattro anni Centrale Fies sperimenta una formula che affianca alle numerose proposte gratuite quattro fasce di prezzo, lasciando al pubblico la possibilità di scegliere il livello di partecipazione economica attraverso il principio del “Pay What You Want”.

Non è soltanto una questione di accessibilità. È un altro modo di dichiarare che il rapporto fra istituzione culturale e pubblico può essere negoziato, e che il valore di un’esperienza artistica non deve necessariamente essere tradotto in un prezzo unico e indiscutibile.

Un’estate senza recinto

Centrale Fies arriva dunque all’estate 2026 senza la necessità di definirsi attraverso un’etichetta unica. Festival, centro di ricerca, spazio espositivo, luogo di produzione, laboratorio territoriale: le categorie si sovrappongono e perdono progressivamente i propri confini.

Dal 16 al 26 luglio, tra una scultura di acciaio e spezie, un’assemblea queer, un’opera di Purcell trasformata dall’elettronica, un archivio olfattivo, una pista da ballo e una performance sul trauma della guerra, Fies costruisce un territorio culturale nel quale l’arte non è chiamata semplicemente a rappresentare il presente. È chiamata a metterlo in discussione.

 

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