Al MAXXI nasce lo Spazio Ghella: quando la fotografia diventa archivio del presente

Tempo stimato per la lettura: 5,1 minuti
Ci sono archivi che conservano il passato e altri che sembrano ancora respirare. È il caso di Milan Unit 1994–2009 di Ramak Fazel, la mostra che dal 4 giugno 2026 inaugura al MAXXI di Roma il nuovo Spazio Ghella, ambiente permanente dedicato alla fotografia contemporanea. Curata da Simona Antonacci con Maria Del Priori, l’esposizione raccoglie l’intera produzione fotografica realizzata da Fazel durante i quindici anni trascorsi a Milano, nel cuore della scena italiana del design e dell’architettura. Negativi, diapositive, stampe, pubblicazioni, appunti e strumenti di lavoro restituiscono non soltanto le immagini di una stagione creativa irripetibile, ma anche il modo in cui quelle immagini sono nate.
Milano, prima che tutto diventasse digitale
Fazel, nato in Iran nel 1965 e cresciuto negli Stati Uniti, arriva a Milano nel 1994 e vi rimane fino al 2009. Sono quindici anni decisivi, quelli in cui la città è uno dei luoghi più vivaci della cultura del progetto. Designer, architetti, editori, riviste, studi e aziende compongono una costellazione creativa nella quale la fotografia non si limita a documentare ciò che accade, ma partecipa alla costruzione di un nuovo immaginario.
Il lavoro di Fazel nasce proprio dentro questa scena. La sua macchina fotografica registra incontri, oggetti, ambienti, professionisti e situazioni, ma senza la pretesa di trasformarli in icone. C’è piuttosto la curiosità di chi osserva un mondo dall’interno, mentre cambia sotto i propri occhi.
Un archivio senza ordine apparente
Negativi, diapositive, stampe, pubblicazioni, appunti e strumenti di lavoro compongono una sorta di autoritratto indiretto. L’opera non coincide con una selezione di fotografie finite: comprende anche tutto ciò che normalmente resta dietro le quinte. Provini, materiali editoriali, annotazioni e dispositivi raccontano il percorso attraverso il quale un’immagine arriva a esistere.
È qui che Milan Unit diventa qualcosa di più di una retrospettiva. L’archivio acquisito dal MAXXI nel 2025 viene presentato nella sua forma complessiva, come un organismo nel quale fotografia, editoria, architettura e design continuano a scambiarsi informazioni. La mostra invita a guardare non soltanto le immagini, ma il sistema che le ha prodotte.
Il fascino di un mondo ancora analogico
Rivedere oggi negativi e diapositive significa anche tornare a un tempo in cui fotografare richiedeva una diversa forma di pazienza. Si scattava, si aspettava, si sviluppava, si selezionava. L’immagine non appariva immediatamente sullo schermo e non poteva essere moltiplicata all’infinito con un gesto del pollice.
Fazel attraversa proprio questo passaggio, dal dominio della pellicola all’affermazione progressiva del digitale. Ma il suo archivio non racconta una semplice evoluzione tecnologica. Racconta un cambiamento dello sguardo. Quando cambiano gli strumenti, cambia anche il modo in cui fotografiamo, scegliamo, conserviamo e ricordiamo.
La Milano del progetto
Al centro di Milan Unit c’è una città che oggi rischia di apparire quasi leggendaria: Milano come laboratorio internazionale del design, luogo di incontro fra creatività, industria e cultura. Fazel ne fotografa gli artefici senza separarli dai loro ambienti. Gli studi, le abitazioni, gli oggetti e i luoghi di lavoro diventano parte della stessa narrazione.
Ne emerge una città meno spettacolare di quella delle campagne pubblicitarie e proprio per questo più interessante. Una Milano fatta di tavoli ingombri, prototipi, riunioni, riviste, materiali, conversazioni. Il design non appare come un prodotto finito, ma come un processo collettivo, spesso disordinato e imprevedibile.
Fotografare chi crea le immagini
C’è un’ironia sottile nel fatto che uno spazio dedicato alla fotografia contemporanea venga inaugurato da un progetto così profondamente legato al lavoro degli altri. Fazel fotografa chi progetta, chi costruisce, chi disegna e chi pubblica. Ma, nel farlo, finisce per interrogare anche il proprio mestiere.
Che cosa significa documentare una scena creativa mentre ne si è parte? Quanto è possibile essere osservatori senza diventare protagonisti? Le fotografie di Fazel sembrano non avere fretta di rispondere. Preferiscono accumulare indizi, lasciare emergere relazioni, costruire una memoria laterale di quegli anni.
Un museo che lascia entrare l’archivio
L’apertura dello Spazio Ghella aggiunge un elemento significativo alla vocazione del MAXXI. La fotografia contemporanea trova qui non una semplice sala espositiva, ma un luogo in cui poter essere osservata anche nella sua dimensione documentaria, materiale e processuale.
La collaborazione con Ghella, avviata nel 2021 e consolidata negli anni attraverso progetti espositivi, acquisizioni e sostegno alle collezioni del museo, approda così a una struttura permanente. L’interesse non è soltanto per la fotografia come linguaggio artistico, ma per la sua capacità di costruire memoria e leggere le trasformazioni del presente.
La fotografia non è innocente
In un’epoca nella quale produciamo immagini con una facilità quasi automatica, Milan Unit ha qualcosa di sorprendentemente lento. Ci ricorda che fotografare significa scegliere cosa trattenere e, inevitabilmente, cosa lasciare fuori. Un archivio è sempre una forma di montaggio: conserva, ordina, cancella, associa.
Quello di Fazel è particolarmente prezioso perché non cerca una Milano monumentale. Ne conserva piuttosto i margini, gli incontri, le persone e gli strumenti. È la memoria di una comunità creativa colta prima che il digitale cambiasse definitivamente le regole del gioco.
Un passato che non vuole diventare nostalgia
Il rischio, davanti a un archivio che attraversa gli anni Novanta e i primi Duemila, sarebbe indulgere nella nostalgia. Fazel evita proprio questo effetto. Le sue immagini non chiedono di rimpiangere un mondo perduto, ma di capire come siamo arrivati a quello presente.
Forse è questo il modo più interessante di inaugurare un nuovo spazio per la fotografia: non con immagini che pretendono di fermare il tempo, ma con un archivio che dimostra quanto il tempo continui a lavorare dentro le immagini. A Milano, Fazel fotografava un mondo che stava cambiando; oggi, guardandolo, scopriamo che stava fotografando anche il nostro.
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Al MAXXI nasce lo Spazio Ghella: quando la fotografia diventa archivio del presente
Tempo stimato per la lettura: 15 minuti
Ci sono archivi che conservano il passato e altri che sembrano ancora respirare. È il caso di Milan Unit 1994–2009 di Ramak Fazel, la mostra che dal 4 giugno 2026 inaugura al MAXXI di Roma il nuovo Spazio Ghella, ambiente permanente dedicato alla fotografia contemporanea. Curata da Simona Antonacci con Maria Del Priori, l’esposizione raccoglie l’intera produzione fotografica realizzata da Fazel durante i quindici anni trascorsi a Milano, nel cuore della scena italiana del design e dell’architettura. Negativi, diapositive, stampe, pubblicazioni, appunti e strumenti di lavoro restituiscono non soltanto le immagini di una stagione creativa irripetibile, ma anche il modo in cui quelle immagini sono nate.
Milano, prima che tutto diventasse digitale
Fazel, nato in Iran nel 1965 e cresciuto negli Stati Uniti, arriva a Milano nel 1994 e vi rimane fino al 2009. Sono quindici anni decisivi, quelli in cui la città è uno dei luoghi più vivaci della cultura del progetto. Designer, architetti, editori, riviste, studi e aziende compongono una costellazione creativa nella quale la fotografia non si limita a documentare ciò che accade, ma partecipa alla costruzione di un nuovo immaginario.
Il lavoro di Fazel nasce proprio dentro questa scena. La sua macchina fotografica registra incontri, oggetti, ambienti, professionisti e situazioni, ma senza la pretesa di trasformarli in icone. C’è piuttosto la curiosità di chi osserva un mondo dall’interno, mentre cambia sotto i propri occhi.
Un archivio senza ordine apparente
Negativi, diapositive, stampe, pubblicazioni, appunti e strumenti di lavoro compongono una sorta di autoritratto indiretto. L’opera non coincide con una selezione di fotografie finite: comprende anche tutto ciò che normalmente resta dietro le quinte. Provini, materiali editoriali, annotazioni e dispositivi raccontano il percorso attraverso il quale un’immagine arriva a esistere.
È qui che Milan Unit diventa qualcosa di più di una retrospettiva. L’archivio acquisito dal MAXXI nel 2025 viene presentato nella sua forma complessiva, come un organismo nel quale fotografia, editoria, architettura e design continuano a scambiarsi informazioni. La mostra invita a guardare non soltanto le immagini, ma il sistema che le ha prodotte.
Il fascino di un mondo ancora analogico
Rivedere oggi negativi e diapositive significa anche tornare a un tempo in cui fotografare richiedeva una diversa forma di pazienza. Si scattava, si aspettava, si sviluppava, si selezionava. L’immagine non appariva immediatamente sullo schermo e non poteva essere moltiplicata all’infinito con un gesto del pollice.
Fazel attraversa proprio questo passaggio, dal dominio della pellicola all’affermazione progressiva del digitale. Ma il suo archivio non racconta una semplice evoluzione tecnologica. Racconta un cambiamento dello sguardo. Quando cambiano gli strumenti, cambia anche il modo in cui fotografiamo, scegliamo, conserviamo e ricordiamo.
La Milano del progetto
Al centro di Milan Unit c’è una città che oggi rischia di apparire quasi leggendaria: Milano come laboratorio internazionale del design, luogo di incontro fra creatività, industria e cultura. Fazel ne fotografa gli artefici senza separarli dai loro ambienti. Gli studi, le abitazioni, gli oggetti e i luoghi di lavoro diventano parte della stessa narrazione.
Ne emerge una città meno spettacolare di quella delle campagne pubblicitarie e proprio per questo più interessante. Una Milano fatta di tavoli ingombri, prototipi, riunioni, riviste, materiali, conversazioni. Il design non appare come un prodotto finito, ma come un processo collettivo, spesso disordinato e imprevedibile.
Fotografare chi crea le immagini
C’è un’ironia sottile nel fatto che uno spazio dedicato alla fotografia contemporanea venga inaugurato da un progetto così profondamente legato al lavoro degli altri. Fazel fotografa chi progetta, chi costruisce, chi disegna e chi pubblica. Ma, nel farlo, finisce per interrogare anche il proprio mestiere.
Che cosa significa documentare una scena creativa mentre ne si è parte? Quanto è possibile essere osservatori senza diventare protagonisti? Le fotografie di Fazel sembrano non avere fretta di rispondere. Preferiscono accumulare indizi, lasciare emergere relazioni, costruire una memoria laterale di quegli anni.
Un museo che lascia entrare l’archivio
L’apertura dello Spazio Ghella aggiunge un elemento significativo alla vocazione del MAXXI. La fotografia contemporanea trova qui non una semplice sala espositiva, ma un luogo in cui poter essere osservata anche nella sua dimensione documentaria, materiale e processuale.
La collaborazione con Ghella, avviata nel 2021 e consolidata negli anni attraverso progetti espositivi, acquisizioni e sostegno alle collezioni del museo, approda così a una struttura permanente. L’interesse non è soltanto per la fotografia come linguaggio artistico, ma per la sua capacità di costruire memoria e leggere le trasformazioni del presente.
La fotografia non è innocente
In un’epoca nella quale produciamo immagini con una facilità quasi automatica, Milan Unit ha qualcosa di sorprendentemente lento. Ci ricorda che fotografare significa scegliere cosa trattenere e, inevitabilmente, cosa lasciare fuori. Un archivio è sempre una forma di montaggio: conserva, ordina, cancella, associa.
Quello di Fazel è particolarmente prezioso perché non cerca una Milano monumentale. Ne conserva piuttosto i margini, gli incontri, le persone e gli strumenti. È la memoria di una comunità creativa colta prima che il digitale cambiasse definitivamente le regole del gioco.
Un passato che non vuole diventare nostalgia
Il rischio, davanti a un archivio che attraversa gli anni Novanta e i primi Duemila, sarebbe indulgere nella nostalgia. Fazel evita proprio questo effetto. Le sue immagini non chiedono di rimpiangere un mondo perduto, ma di capire come siamo arrivati a quello presente.
Forse è questo il modo più interessante di inaugurare un nuovo spazio per la fotografia: non con immagini che pretendono di fermare il tempo, ma con un archivio che dimostra quanto il tempo continui a lavorare dentro le immagini. A Milano, Fazel fotografava un mondo che stava cambiando; oggi, guardandolo, scopriamo che stava fotografando anche il nostro.




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