Da Napoli a Chantilly. Caroline Murat, la regina che trasformò l’arte in potere

Tempo stimato per la lettura: 10,1 minuti
È una collezione che racconta un gusto e un destino. Quella di Caroline Murat appartiene a entrambe. Dal 7 giugno al 6 ottobre 2025, il Musée Condé del Castello di Chantilly dedica alla sorella minore di Napoleone una mostra che ha il sapore della restituzione storica. Curata da Mathieu Deldicque, Gennaro Toscano e dal commissario associato Ulysse Jardat, l’esposizione De Naples à Chantilly, les collections de la reine Caroline Murat riunisce opere disperse, attribuzioni recentemente riviste e prestiti eccezionali per ricostruire l’universo estetico di una sovrana che fece della cultura uno strumento di governo. Più che una semplice raccolta di capolavori, emerge il ritratto di una donna che comprese prima di molti il valore politico dell’arte.
Il cappello ritrovato
La presenza di Napoleone aleggia idealmente nella mostra attraverso l’esposizione del suo cappello, una delle più rare testimonianze materiali dell’Imperatore. Conservato per decenni nelle riserve del Musée Condé, l’oggetto non era mai stato studiato né pubblicato prima delle recenti analisi che ne hanno confermato l’autenticità e il valore storico.
Realizzato in feltro di castoro dal cappellaio Poupard, fornitore ufficiale di Napoleone, il copricapo appartiene al periodo dei Cento Giorni e accompagnò l’Imperatore fino all’esilio di Sant’Elena. È registrato tra i suoi effetti personali negli inventari del 1821 e rappresenta uno dei pochissimi esemplari superstiti della sua guardaroba imperiale.
Il giorno della fuga
La storia comincia lontano dalle sale di Chantilly. Quando il 20 maggio 1815 Caroline Murat lascia precipitosamente Napoli mentre l’Impero napoleonico crolla, porta con sé soltanto una minima parte delle sue collezioni. «Ha avuto un po’ di tempo per riempire la propria imbarcazione, perché a Napoli portò via tutto ciò che poteva essere facilmente venduto: i vasi greci, le antichità commerciabili, gli oggetti dei musei che potevano essere trasferiti, alcuni importanti tavoli di famiglia e, più in generale, i ricordi familiari. Portò con sé anche tutto ciò che aveva valore: argenteria, oro, oggetti antichi e, naturalmente, le monete, che teneva con sé perché facilmente trasportabili e vendibili. In sostanza, prese tutto ciò che era possibile portare via, lasciando soltanto gli arredi più ingombranti e qualche grande tavolo», spiega Gennaro Toscano.
È una fuga che segna la fine di un regno ma non quella di un patrimonio destinato a sopravvivere ai rivolgimenti della storia. Quelle opere, passate attraverso eredità, vendite e trasferimenti, finiranno un giorno nelle mani di Henri d’Orléans, duca d’Aumale, divenendo uno dei nuclei fondatori del futuro Musée Condé.
Chantilly, la piccola Napoli
L’esposizione dimostra come Chantilly possa essere letta come una sorta di piccola Napoli francese. A unire questi due luoghi apparentemente distanti è una trama familiare e collezionistica che attraversa il XIX secolo. Quando nel 1854 il duca d’Aumale acquista l’intera collezione del principe di Salerno, genero di Caroline Murat, acquisisce senza saperlo una parte significativa del patrimonio artistico della regina. È un passaggio decisivo che consente oggi di seguire la traiettoria delle opere attraverso le grandi vicende europee, trasformando la mostra in una vera indagine sulle migrazioni dell’arte e della memoria.
«Ed è proprio questo uno degli aspetti che hanno ispirato il titolo della mostra Da Napoli a Chantilly. Non si tratta soltanto della nascita di una collezione, ma anche del racconto di un viaggio attraverso gli anni: da Napoli, le opere giunsero prima in Inghilterra e poi in Francia, fino a Chantilly. Questa idea ci ha sempre affascinato. È una mostra sulla quale abbiamo riflettuto a lungo; tutte le mostre richiedono tempo, ma questa in particolare è stata il frutto di anni di lavoro», aggiunge Gennaro Toscano.
Prima di Napoli
Molto prima di diventare regina di Napoli, Caroline Bonaparte aveva già sviluppato un gusto raffinato. Nata ad Ajaccio nel marzo del 1782, beneficiò dell’ascesa straordinaria del fratello Napoleone e si immerse rapidamente nella vita culturale della capitale francese. I palazzi parigini della giovane coppia Murat rivelano una predilezione precoce per il linguaggio dell’antico, per gli arredi ispirati alla classicità e per una concezione della decorazione come rappresentazione del potere. L’Eliseo e il castello di Neuilly diventano così i primi laboratori di un’estetica destinata a trovare piena espressione negli anni napoletani.
Una corte per gli artisti
L’arrivo a Napoli nel 1808 segna una svolta. Con l’ascesa al trono di Joachim Murat, la città diventa il teatro di un ambizioso progetto culturale. Il Palazzo Reale si trasforma progressivamente in un luogo di incontro tra artisti, studiosi, archeologi e diplomatici. In un’Europa ancora dominata dall’eredità dell’Illuminismo, Caroline intuisce che la cultura può rafforzare il prestigio di una monarchia giovane e fragile. La sua collezione cresce allora come un organismo vivente, alimentato da acquisizioni, commissioni e scoperte archeologiche.
Carolina Murat, una modella difficile
A inizio precorso è esposto un grande ritratto di Carolina Murat insieme a sua figlia con la figlia Letizia dipinto da Élisabeth Vigée Le Brun, nel 1807, concesso in prestito da Versailles. Quest’opera è particolarmente interessante, afferma Gennaro Toscano, perché mette in dialogo due mondi opposti: quello dell’aristocrazia dell’Ancien Régime, incarnato dalla pittrice, e quello della nuova élite napoleonica rappresentata da Carolina Murat. Inizialmente si pensò a François Gérard per il ritratto della regina, ma il pittore era già assorbito dalle commissioni napoleoniche. L’accostamento dei due ritratti di Carolina mostra da un lato la giovane donna ambiziosa e potente, dall’altro una figura più matura e complessa. Nelle sue memorie, Vigée Le Brun racconta inoltre le difficoltà incontrate nel ritrarla: Carolina si muoveva continuamente, cambiava acconciatura, abiti e accessori, rendendo particolarmente arduo per l’artista fissarne i tratti sulla tela.
La passione per l’antico
È soprattutto il rapporto con l’antichità a distinguere la sovrana. Negli stessi anni in cui Pompei ed Ercolano continuano a restituire tesori al mondo moderno, Caroline Murat sviluppa una sensibilità che supera il semplice collezionismo. Non si limita ad accumulare oggetti: sostiene studiosi, incoraggia ricerche e segue con attenzione gli scavi. Figure come il conte de Clarac, Aubin-Louis Millin e François Mazois entrano nel suo entourage intellettuale. Attraverso di loro prende forma una visione quasi museale del patrimonio, sorprendentemente moderna per l’epoca, in cui la conservazione e la conoscenza contano quanto il possesso.
La nascita di un museo ideale
La mostra mette in evidenza questa dimensione scientifica attraverso una selezione di reperti archeologici conservati a Chantilly. Statue, vasi, frammenti e oggetti provenienti dal mondo antico raccontano una passione che si nutre della straordinaria energia culturale della Napoli del primo Ottocento. Non è difficile comprendere il fascino esercitato da questi materiali su una donna che vedeva nella civiltà romana un modello di grandezza politica e artistica. L’archeologia diventa così un linguaggio del potere, capace di collegare il presente napoleonico alle glorie del passato.
Mecenate della modernità
Nel regno di Napoli, Carolina Murat contribuì alla diffusione del gusto francese legato al Neoclassicismo europeo, favorendone l’incontro con le tradizioni artistiche locali e incoraggiando al tempo stesso nuove forme espressive. Non fu soltanto una custode dell’antico, ma anche una convinta sostenitrice dell’arte contemporanea in una fase di profonda trasformazione del sistema delle committenze. Attraverso le sue scelte, promosse artisti capaci di rinnovare i linguaggi figurativi del tempo, come le vedute di Rebell.
La mostra di Chantilly mette in luce proprio questo aspetto del suo profilo, riunendo opere di Antonio Canova, François Gérard, Jean-Auguste-Dominique Ingres, François-Marius Granet, Benjamin Rolland e Louis-Nicolas Lemasle. Attraverso questi protagonisti emerge una fitta rete culturale che collega Parigi, Roma e Napoli, testimoniando la circolazione di idee, modelli e sensibilità artistiche nell’Europa dell’età napoleonica. Carolina si rivela così non solo una raffinata collezionista, ma anche una mecenate e committente capace di orientare e sostenere la produzione artistica del suo tempo.
Canova e il sogno neoclassico
Tra tutte le presenze artistiche, quella di Canova occupa un posto particolare. Lo scultore veneto rappresentava l’incarnazione perfetta dell’ideale neoclassico che affascinava la corte napoletana. Il sostegno dei Murat contribuì in modo significativo alla diffusione della sua opera in Francia, confermando il ruolo della coppia reale come mediatrice culturale tra Italia e mondo francese.
Già nel 1801 Gioacchino Murat acquistò il celebre gruppo di Amore e Psiche, riconoscendo nello scultore veneto il massimo interprete del Neoclassicismo europeo. Il rapporto culminò nel 1813 con i busti marmorei di Gioacchino, esposto a Chantilly, e Carolina Murat, opere che celebravano il prestigio della dinastia napoletana attraverso un linguaggio ispirato all’antichità classica. Più che semplici ritratti, queste sculture rappresentano un l’altro aspetto dell’ambizione dei Murat di collocare Napoli al centro della cultura artistica europea del primo Ottocento.
Il richiamo del Vesuvio
Accanto ai grandi nomi della pittura storica e della scultura, come abbiamo accenato, la mostra riserva uno spazio importante ai paesaggi. Per Carolina Murat, Napoli non era soltanto una capitale politica, ma un paesaggio identitario da celebrare attraverso l’arte. Le vedute della città, i profili del Vesuvio e le atmosfere luminose del golfo occupano una posizione centrale nella collezione. Artisti come Joseph Rebell, Alexandre-Hyacinthe Dunouy e Louis-Nicolas de Forbin trasformano il paesaggio in una celebrazione della natura e del sublime. Osservando queste tele si comprende come Napoli non fosse soltanto una capitale politica, ma una fonte inesauribile di emozioni estetiche.
Restituire una storia
Il percorso culmina in una riflessione sulla memoria. Per decenni, le opere appartenute a Caroline Murat sono rimaste disperse all’interno delle collezioni di Chantilly, prive del contesto che ne spiegasse l’origine. Questa esposizione restituisce loro una coerenza narrativa e, soprattutto, restituisce alla regina il posto che merita nella storia del collezionismo europeo. Dietro l’immagine convenzionale della sorella di Napoleone appare una personalità autonoma, ambiziosa e colta, capace di trasformare il gusto in una forma di influenza culturale.
«L’idea era quella di mettere al centro i protagonisti della vicenda, perché si tratta di una storia fatta di donne e uomini. Per questo abbiamo scelto di esporre anche oggetti più intimi, come il cappello di cui avete parlato, per avvicinare il pubblico ai personaggi e rendere la loro storia più viva e concreta» spiega co-curatore italiano della mostra.
Carolina Murat e l’arte del potere: una collezione per la storia
Come hanno sottolineato i commissari durante l’anteprima stampa, la mostra va ben oltre la semplice riunione di capolavori prestigiosi. Il percorso segue le tracce di Carolina Murat, figura sospesa tra ambizione politica, esilio e profonda passione per le arti. Attraverso la sua collezione, il Musée Condé ricostruisce non solo un gusto personale, ma una vera strategia culturale. Durante il suo regno a Napoli, Carolina trasformò il palazzo reale in uno spazio espositivo aperto alla fruizione pubblica, anticipando una moderna politica di tutela del patrimonio. Da Napoli a Chantilly, le opere testimoniano la circolazione di idee e sensibilità nell’Europa delle guerre napoleoniche. «Di tutta la mia famiglia è quella che più mi somiglia», disse Napoleone. Eppure, accanto alle controversie politiche, sono rimasti a lungo in ombra la sua intelligenza, la sua cultura e il suo ruolo di mecenate e collezionista.
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Da Napoli a Chantilly. Caroline Murat, la regina che trasformò l’arte in potere
Tempo stimato per la lettura: 30 minuti
È una collezione che racconta un gusto e un destino. Quella di Caroline Murat appartiene a entrambe. Dal 7 giugno al 6 ottobre 2025, il Musée Condé del Castello di Chantilly dedica alla sorella minore di Napoleone una mostra che ha il sapore della restituzione storica. Curata da Mathieu Deldicque, Gennaro Toscano e dal commissario associato Ulysse Jardat, l’esposizione De Naples à Chantilly, les collections de la reine Caroline Murat riunisce opere disperse, attribuzioni recentemente riviste e prestiti eccezionali per ricostruire l’universo estetico di una sovrana che fece della cultura uno strumento di governo. Più che una semplice raccolta di capolavori, emerge il ritratto di una donna che comprese prima di molti il valore politico dell’arte.
Il cappello ritrovato
La presenza di Napoleone aleggia idealmente nella mostra attraverso l’esposizione del suo cappello, una delle più rare testimonianze materiali dell’Imperatore. Conservato per decenni nelle riserve del Musée Condé, l’oggetto non era mai stato studiato né pubblicato prima delle recenti analisi che ne hanno confermato l’autenticità e il valore storico.
Realizzato in feltro di castoro dal cappellaio Poupard, fornitore ufficiale di Napoleone, il copricapo appartiene al periodo dei Cento Giorni e accompagnò l’Imperatore fino all’esilio di Sant’Elena. È registrato tra i suoi effetti personali negli inventari del 1821 e rappresenta uno dei pochissimi esemplari superstiti della sua guardaroba imperiale.
Il giorno della fuga
La storia comincia lontano dalle sale di Chantilly. Quando il 20 maggio 1815 Caroline Murat lascia precipitosamente Napoli mentre l’Impero napoleonico crolla, porta con sé soltanto una minima parte delle sue collezioni. «Ha avuto un po’ di tempo per riempire la propria imbarcazione, perché a Napoli portò via tutto ciò che poteva essere facilmente venduto: i vasi greci, le antichità commerciabili, gli oggetti dei musei che potevano essere trasferiti, alcuni importanti tavoli di famiglia e, più in generale, i ricordi familiari. Portò con sé anche tutto ciò che aveva valore: argenteria, oro, oggetti antichi e, naturalmente, le monete, che teneva con sé perché facilmente trasportabili e vendibili. In sostanza, prese tutto ciò che era possibile portare via, lasciando soltanto gli arredi più ingombranti e qualche grande tavolo», spiega Gennaro Toscano.
È una fuga che segna la fine di un regno ma non quella di un patrimonio destinato a sopravvivere ai rivolgimenti della storia. Quelle opere, passate attraverso eredità, vendite e trasferimenti, finiranno un giorno nelle mani di Henri d’Orléans, duca d’Aumale, divenendo uno dei nuclei fondatori del futuro Musée Condé.
Chantilly, la piccola Napoli
L’esposizione dimostra come Chantilly possa essere letta come una sorta di piccola Napoli francese. A unire questi due luoghi apparentemente distanti è una trama familiare e collezionistica che attraversa il XIX secolo. Quando nel 1854 il duca d’Aumale acquista l’intera collezione del principe di Salerno, genero di Caroline Murat, acquisisce senza saperlo una parte significativa del patrimonio artistico della regina. È un passaggio decisivo che consente oggi di seguire la traiettoria delle opere attraverso le grandi vicende europee, trasformando la mostra in una vera indagine sulle migrazioni dell’arte e della memoria.
«Ed è proprio questo uno degli aspetti che hanno ispirato il titolo della mostra Da Napoli a Chantilly. Non si tratta soltanto della nascita di una collezione, ma anche del racconto di un viaggio attraverso gli anni: da Napoli, le opere giunsero prima in Inghilterra e poi in Francia, fino a Chantilly. Questa idea ci ha sempre affascinato. È una mostra sulla quale abbiamo riflettuto a lungo; tutte le mostre richiedono tempo, ma questa in particolare è stata il frutto di anni di lavoro», aggiunge Gennaro Toscano.
Prima di Napoli
Molto prima di diventare regina di Napoli, Caroline Bonaparte aveva già sviluppato un gusto raffinato. Nata ad Ajaccio nel marzo del 1782, beneficiò dell’ascesa straordinaria del fratello Napoleone e si immerse rapidamente nella vita culturale della capitale francese. I palazzi parigini della giovane coppia Murat rivelano una predilezione precoce per il linguaggio dell’antico, per gli arredi ispirati alla classicità e per una concezione della decorazione come rappresentazione del potere. L’Eliseo e il castello di Neuilly diventano così i primi laboratori di un’estetica destinata a trovare piena espressione negli anni napoletani.
Una corte per gli artisti
L’arrivo a Napoli nel 1808 segna una svolta. Con l’ascesa al trono di Joachim Murat, la città diventa il teatro di un ambizioso progetto culturale. Il Palazzo Reale si trasforma progressivamente in un luogo di incontro tra artisti, studiosi, archeologi e diplomatici. In un’Europa ancora dominata dall’eredità dell’Illuminismo, Caroline intuisce che la cultura può rafforzare il prestigio di una monarchia giovane e fragile. La sua collezione cresce allora come un organismo vivente, alimentato da acquisizioni, commissioni e scoperte archeologiche.
Carolina Murat, una modella difficile
A inizio precorso è esposto un grande ritratto di Carolina Murat insieme a sua figlia con la figlia Letizia dipinto da Élisabeth Vigée Le Brun, nel 1807, concesso in prestito da Versailles. Quest’opera è particolarmente interessante, afferma Gennaro Toscano, perché mette in dialogo due mondi opposti: quello dell’aristocrazia dell’Ancien Régime, incarnato dalla pittrice, e quello della nuova élite napoleonica rappresentata da Carolina Murat. Inizialmente si pensò a François Gérard per il ritratto della regina, ma il pittore era già assorbito dalle commissioni napoleoniche. L’accostamento dei due ritratti di Carolina mostra da un lato la giovane donna ambiziosa e potente, dall’altro una figura più matura e complessa. Nelle sue memorie, Vigée Le Brun racconta inoltre le difficoltà incontrate nel ritrarla: Carolina si muoveva continuamente, cambiava acconciatura, abiti e accessori, rendendo particolarmente arduo per l’artista fissarne i tratti sulla tela.
La passione per l’antico
È soprattutto il rapporto con l’antichità a distinguere la sovrana. Negli stessi anni in cui Pompei ed Ercolano continuano a restituire tesori al mondo moderno, Caroline Murat sviluppa una sensibilità che supera il semplice collezionismo. Non si limita ad accumulare oggetti: sostiene studiosi, incoraggia ricerche e segue con attenzione gli scavi. Figure come il conte de Clarac, Aubin-Louis Millin e François Mazois entrano nel suo entourage intellettuale. Attraverso di loro prende forma una visione quasi museale del patrimonio, sorprendentemente moderna per l’epoca, in cui la conservazione e la conoscenza contano quanto il possesso.
La nascita di un museo ideale
La mostra mette in evidenza questa dimensione scientifica attraverso una selezione di reperti archeologici conservati a Chantilly. Statue, vasi, frammenti e oggetti provenienti dal mondo antico raccontano una passione che si nutre della straordinaria energia culturale della Napoli del primo Ottocento. Non è difficile comprendere il fascino esercitato da questi materiali su una donna che vedeva nella civiltà romana un modello di grandezza politica e artistica. L’archeologia diventa così un linguaggio del potere, capace di collegare il presente napoleonico alle glorie del passato.
Mecenate della modernità
Nel regno di Napoli, Carolina Murat contribuì alla diffusione del gusto francese legato al Neoclassicismo europeo, favorendone l’incontro con le tradizioni artistiche locali e incoraggiando al tempo stesso nuove forme espressive. Non fu soltanto una custode dell’antico, ma anche una convinta sostenitrice dell’arte contemporanea in una fase di profonda trasformazione del sistema delle committenze. Attraverso le sue scelte, promosse artisti capaci di rinnovare i linguaggi figurativi del tempo, come le vedute di Rebell.
La mostra di Chantilly mette in luce proprio questo aspetto del suo profilo, riunendo opere di Antonio Canova, François Gérard, Jean-Auguste-Dominique Ingres, François-Marius Granet, Benjamin Rolland e Louis-Nicolas Lemasle. Attraverso questi protagonisti emerge una fitta rete culturale che collega Parigi, Roma e Napoli, testimoniando la circolazione di idee, modelli e sensibilità artistiche nell’Europa dell’età napoleonica. Carolina si rivela così non solo una raffinata collezionista, ma anche una mecenate e committente capace di orientare e sostenere la produzione artistica del suo tempo.
Canova e il sogno neoclassico
Tra tutte le presenze artistiche, quella di Canova occupa un posto particolare. Lo scultore veneto rappresentava l’incarnazione perfetta dell’ideale neoclassico che affascinava la corte napoletana. Il sostegno dei Murat contribuì in modo significativo alla diffusione della sua opera in Francia, confermando il ruolo della coppia reale come mediatrice culturale tra Italia e mondo francese.
Già nel 1801 Gioacchino Murat acquistò il celebre gruppo di Amore e Psiche, riconoscendo nello scultore veneto il massimo interprete del Neoclassicismo europeo. Il rapporto culminò nel 1813 con i busti marmorei di Gioacchino, esposto a Chantilly, e Carolina Murat, opere che celebravano il prestigio della dinastia napoletana attraverso un linguaggio ispirato all’antichità classica. Più che semplici ritratti, queste sculture rappresentano un l’altro aspetto dell’ambizione dei Murat di collocare Napoli al centro della cultura artistica europea del primo Ottocento.
Il richiamo del Vesuvio
Accanto ai grandi nomi della pittura storica e della scultura, come abbiamo accenato, la mostra riserva uno spazio importante ai paesaggi. Per Carolina Murat, Napoli non era soltanto una capitale politica, ma un paesaggio identitario da celebrare attraverso l’arte. Le vedute della città, i profili del Vesuvio e le atmosfere luminose del golfo occupano una posizione centrale nella collezione. Artisti come Joseph Rebell, Alexandre-Hyacinthe Dunouy e Louis-Nicolas de Forbin trasformano il paesaggio in una celebrazione della natura e del sublime. Osservando queste tele si comprende come Napoli non fosse soltanto una capitale politica, ma una fonte inesauribile di emozioni estetiche.
Restituire una storia
Il percorso culmina in una riflessione sulla memoria. Per decenni, le opere appartenute a Caroline Murat sono rimaste disperse all’interno delle collezioni di Chantilly, prive del contesto che ne spiegasse l’origine. Questa esposizione restituisce loro una coerenza narrativa e, soprattutto, restituisce alla regina il posto che merita nella storia del collezionismo europeo. Dietro l’immagine convenzionale della sorella di Napoleone appare una personalità autonoma, ambiziosa e colta, capace di trasformare il gusto in una forma di influenza culturale.
«L’idea era quella di mettere al centro i protagonisti della vicenda, perché si tratta di una storia fatta di donne e uomini. Per questo abbiamo scelto di esporre anche oggetti più intimi, come il cappello di cui avete parlato, per avvicinare il pubblico ai personaggi e rendere la loro storia più viva e concreta» spiega co-curatore italiano della mostra.
Carolina Murat e l’arte del potere: una collezione per la storia
Come hanno sottolineato i commissari durante l’anteprima stampa, la mostra va ben oltre la semplice riunione di capolavori prestigiosi. Il percorso segue le tracce di Carolina Murat, figura sospesa tra ambizione politica, esilio e profonda passione per le arti. Attraverso la sua collezione, il Musée Condé ricostruisce non solo un gusto personale, ma una vera strategia culturale. Durante il suo regno a Napoli, Carolina trasformò il palazzo reale in uno spazio espositivo aperto alla fruizione pubblica, anticipando una moderna politica di tutela del patrimonio. Da Napoli a Chantilly, le opere testimoniano la circolazione di idee e sensibilità nell’Europa delle guerre napoleoniche. «Di tutta la mia famiglia è quella che più mi somiglia», disse Napoleone. Eppure, accanto alle controversie politiche, sono rimasti a lungo in ombra la sua intelligenza, la sua cultura e il suo ruolo di mecenate e collezionista.








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