GLASSTRESS 2026: a Venezia il vetro diventa materia contemporanea

Tempo stimato per la lettura: 6,1 minuti
Venezia torna a interrogarsi sul vetro, non come semplice eredità artigianale, ma come materia instabile, luminosa e sorprendentemente contemporanea. Dal 12 luglio al 22 novembre 2026, GLASSTRESS torna in laguna con una nuova edizione del progetto internazionale ideato da Adriano Berengo nel 2009 e dedicato alle possibilità artistiche del vetro. Promossa da Fondazione Berengo e Berengo Studio, la mostra riunisce 65 artisti e designer internazionali in due luoghi profondamente legati alla storia veneziana: Ca’ Tron, sul Canal Grande, e la Fondazione Berengo Art Space di Murano.
Il vetro come territorio di ricerca
Nato come progetto collaterale della Biennale di Venezia, GLASSTRESS ha progressivamente contribuito a cambiare la percezione del vetro nell’arte contemporanea. Non più soltanto materia della tradizione muranese, ma superficie, corpo, spazio, luce e dispositivo concettuale.
L’edizione 2026 insiste proprio su questa trasformazione. Più di venti artisti partecipano per la prima volta al progetto e, per molti di loro, si tratta del primo confronto con il vetro. Il risultato è una mostra costruita sulla possibilità dell’errore, della scoperta e della contaminazione: artisti abituati a lavorare con altri materiali entrano nel territorio tecnico delle fornaci di Murano e si confrontano con una materia che impone tempi, temperature e gesti specifici.
Tra Venezia e Murano
Il percorso espositivo si distribuisce tra Venezia e Murano, creando una geografia che non separa l’opera dal luogo in cui nasce. A Ca’ Tron il vetro entra nella dimensione monumentale del palazzo veneziano; alla Fondazione Berengo Art Space il rapporto con Murano e con la produzione vetraria diventa invece più diretto.
È proprio questa doppia dimensione a costituire uno degli elementi più interessanti di GLASSTRESS: la mostra non racconta soltanto il vetro, ma rende visibile la relazione tra progettazione artistica e sapere tecnico, tra idea e manifattura.
La luce come materia
Nel vetro la luce non è un elemento accessorio. È parte dell’opera. Trasparente, opaco, riflettente, fragile o apparentemente impenetrabile, il materiale modifica continuamente la propria presenza in rapporto allo spazio e allo sguardo. Un’opera può cambiare radicalmente a seconda dell’ora, dell’illuminazione o della posizione del visitatore.
È una caratteristica che permette al vetro di uscire dalla dimensione tradizionale dell’oggetto per diventare esperienza percettiva. Il suo carattere trasparente mette in crisi il confine tra superficie e profondità, tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto.
Un materiale fragile, ma non debole
GLASSTRESS 2026 guarda al vetro anche come metafora. Fragilità e resistenza, presenza e assenza, trasparenza e opacità convivono nella stessa materia. Il vetro può rompersi, ma può anche assumere una solidità sorprendente. Può proteggere e separare, permettere di vedere e contemporaneamente impedire di toccare. È una soglia, dunque, prima ancora che un materiale.
In questa prospettiva ogni opera diventa una sorta di “ipertesto materiale”: dietro la forma finita rimangono leggibili il gesto, la tecnica, la collaborazione con il maestro vetraio e la storia del luogo in cui l’oggetto è stato prodotto.
Quando l’artista entra in fornace
Uno degli aspetti distintivi di GLASSTRESS è proprio il rapporto tra artisti e maestri vetrai di Murano. L’incontro non è una semplice collaborazione esecutiva. Il sapere tecnico interviene nella costruzione stessa dell’opera, costringendo l’artista a misurarsi con una materia che non si lascia controllare completamente.
Il vetro caldo, infatti, non è una materia passiva. Richiede velocità, precisione, esperienza. Il progetto artistico deve dialogare con il processo produttivo e spesso adattarsi alle sue imprevedibilità.
È qui che la tradizione muranese smette di essere un repertorio da conservare e diventa uno strumento di ricerca.
65 artisti, una pluralità di linguaggi
La nuova edizione riunisce una costellazione internazionale estremamente ampia, nella quale convivono generazioni, provenienze e pratiche differenti. Tra gli artisti presenti figurano Ai Weiwei, Manal Al Dowayan, Monira Al Qadiri, Allora & Calzadilla, Vanessa Beecroft, Monica Bonvicini, Judy Chicago, Tony Cragg, Jan Fabre, Leiko Ikemura, Paul McCarthy, Laure Prouvost, Cornelia Parker, Jaume Plensa, Tobias Rehberger, Thomas Schütte, Sean Scully, Marinella Senatore, Wael Shawky, Chiharu Shiota, Erwin Wurm e molti altri.
La lista restituisce un’immagine precisa della vocazione di GLASSTRESS: non costruire una mostra sul “vetro d’artista” in senso specialistico, ma utilizzare il vetro per entrare nelle ricerche di artisti provenienti da discipline e culture diverse.
Dalla scultura alla performance
Il progetto attraversa scultura, design, installazione e performance. Il vetro perde così la propria identità di materiale esclusivamente scultoreo e diventa elemento ambientale, dispositivo narrativo, superficie architettonica o componente di un’esperienza immersiva.
Questa apertura riflette una trasformazione avvenuta nel corso della seconda metà del Novecento, quando il vetro ha progressivamente conquistato una posizione autonoma all’interno della ricerca artistica, entrando in dialogo con installazione, arte concettuale e pratiche interdisciplinari. GLASSTRESS porta avanti quella trasformazione, mettendo a confronto la tradizione delle fornaci con linguaggi che appartengono pienamente al presente.
Una storia iniziata nel 2009
Dal suo debutto nel 2009, GLASSTRESS ha costruito una rete internazionale di collaborazioni, coinvolgendo musei e istituzioni come il Boca Raton Museum of Art, il London College of Fashion, il Millesgården Museum di Stoccolma e il Museum of Arts and Design di New York.
Nel corso delle diverse edizioni il progetto ha lavorato con artisti come Mark Bradford, Karen LaMonte, Cornelia Parker, Joyce J. Scott e Laure Prouvost, consolidando progressivamente la propria posizione nel panorama internazionale. L’obiettivo rimane quello di mettere in discussione l’idea del vetro come linguaggio specialistico e di dimostrare quanto possa essere fertile quando entra in contatto con pratiche artistiche estranee alla sua tradizione.
Murano, laboratorio del contemporaneo
Il vero tema di GLASSTRESS 2026, in fondo, non è soltanto il vetro. È il rapporto tra tradizione e trasformazione. Murano porta con sé secoli di sapere tecnico, ma la mostra evita di trasformare questa eredità in una semplice celebrazione. Al contrario, la mette alla prova attraverso artisti che arrivano da altri contesti e che possono permettersi di guardare al materiale senza la reverenza di chi lo conosce da sempre. Ne nasce un laboratorio in cui la tradizione non è un punto d’arrivo, ma una materia da riaprire.
Una Biennale dentro la Biennale?
GLASSTRESS mantiene così la sua natura di progetto autonomo ma profondamente veneziano. Nato all’interno dell’orbita della Biennale, nel tempo ha sviluppato una propria identità e una propria capacità di attirare artisti, curatori e pubblico internazionale.
L’edizione 2026, curata da Adriano Berengo, Joanna De Vos e Umberto Croppi, sembra voler ribadire proprio questa posizione: non raccontare semplicemente la storia del vetro, ma chiedersi cosa può ancora diventare. Tra le fornaci di Murano e i palazzi veneziani, il materiale più fragile della tradizione locale torna dunque a confrontarsi con il presente. E forse è proprio questa la sua forza: il vetro non smette di essere antico, ma continua a cambiare forma.
Crediti immagini: INSTALLATION VIEW_Ph. Francesco Allegretto
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GLASSTRESS 2026: a Venezia il vetro diventa materia contemporanea
Tempo stimato per la lettura: 18 minuti
Venezia torna a interrogarsi sul vetro, non come semplice eredità artigianale, ma come materia instabile, luminosa e sorprendentemente contemporanea. Dal 12 luglio al 22 novembre 2026, GLASSTRESS torna in laguna con una nuova edizione del progetto internazionale ideato da Adriano Berengo nel 2009 e dedicato alle possibilità artistiche del vetro. Promossa da Fondazione Berengo e Berengo Studio, la mostra riunisce 65 artisti e designer internazionali in due luoghi profondamente legati alla storia veneziana: Ca’ Tron, sul Canal Grande, e la Fondazione Berengo Art Space di Murano.
Il vetro come territorio di ricerca
Nato come progetto collaterale della Biennale di Venezia, GLASSTRESS ha progressivamente contribuito a cambiare la percezione del vetro nell’arte contemporanea. Non più soltanto materia della tradizione muranese, ma superficie, corpo, spazio, luce e dispositivo concettuale.
L’edizione 2026 insiste proprio su questa trasformazione. Più di venti artisti partecipano per la prima volta al progetto e, per molti di loro, si tratta del primo confronto con il vetro. Il risultato è una mostra costruita sulla possibilità dell’errore, della scoperta e della contaminazione: artisti abituati a lavorare con altri materiali entrano nel territorio tecnico delle fornaci di Murano e si confrontano con una materia che impone tempi, temperature e gesti specifici.
Tra Venezia e Murano
Il percorso espositivo si distribuisce tra Venezia e Murano, creando una geografia che non separa l’opera dal luogo in cui nasce. A Ca’ Tron il vetro entra nella dimensione monumentale del palazzo veneziano; alla Fondazione Berengo Art Space il rapporto con Murano e con la produzione vetraria diventa invece più diretto.
È proprio questa doppia dimensione a costituire uno degli elementi più interessanti di GLASSTRESS: la mostra non racconta soltanto il vetro, ma rende visibile la relazione tra progettazione artistica e sapere tecnico, tra idea e manifattura.
La luce come materia
Nel vetro la luce non è un elemento accessorio. È parte dell’opera. Trasparente, opaco, riflettente, fragile o apparentemente impenetrabile, il materiale modifica continuamente la propria presenza in rapporto allo spazio e allo sguardo. Un’opera può cambiare radicalmente a seconda dell’ora, dell’illuminazione o della posizione del visitatore.
È una caratteristica che permette al vetro di uscire dalla dimensione tradizionale dell’oggetto per diventare esperienza percettiva. Il suo carattere trasparente mette in crisi il confine tra superficie e profondità, tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto.
Un materiale fragile, ma non debole
GLASSTRESS 2026 guarda al vetro anche come metafora. Fragilità e resistenza, presenza e assenza, trasparenza e opacità convivono nella stessa materia. Il vetro può rompersi, ma può anche assumere una solidità sorprendente. Può proteggere e separare, permettere di vedere e contemporaneamente impedire di toccare. È una soglia, dunque, prima ancora che un materiale.
In questa prospettiva ogni opera diventa una sorta di “ipertesto materiale”: dietro la forma finita rimangono leggibili il gesto, la tecnica, la collaborazione con il maestro vetraio e la storia del luogo in cui l’oggetto è stato prodotto.
Quando l’artista entra in fornace
Uno degli aspetti distintivi di GLASSTRESS è proprio il rapporto tra artisti e maestri vetrai di Murano. L’incontro non è una semplice collaborazione esecutiva. Il sapere tecnico interviene nella costruzione stessa dell’opera, costringendo l’artista a misurarsi con una materia che non si lascia controllare completamente.
Il vetro caldo, infatti, non è una materia passiva. Richiede velocità, precisione, esperienza. Il progetto artistico deve dialogare con il processo produttivo e spesso adattarsi alle sue imprevedibilità.
È qui che la tradizione muranese smette di essere un repertorio da conservare e diventa uno strumento di ricerca.
65 artisti, una pluralità di linguaggi
La nuova edizione riunisce una costellazione internazionale estremamente ampia, nella quale convivono generazioni, provenienze e pratiche differenti. Tra gli artisti presenti figurano Ai Weiwei, Manal Al Dowayan, Monira Al Qadiri, Allora & Calzadilla, Vanessa Beecroft, Monica Bonvicini, Judy Chicago, Tony Cragg, Jan Fabre, Leiko Ikemura, Paul McCarthy, Laure Prouvost, Cornelia Parker, Jaume Plensa, Tobias Rehberger, Thomas Schütte, Sean Scully, Marinella Senatore, Wael Shawky, Chiharu Shiota, Erwin Wurm e molti altri.
La lista restituisce un’immagine precisa della vocazione di GLASSTRESS: non costruire una mostra sul “vetro d’artista” in senso specialistico, ma utilizzare il vetro per entrare nelle ricerche di artisti provenienti da discipline e culture diverse.
Dalla scultura alla performance
Il progetto attraversa scultura, design, installazione e performance. Il vetro perde così la propria identità di materiale esclusivamente scultoreo e diventa elemento ambientale, dispositivo narrativo, superficie architettonica o componente di un’esperienza immersiva.
Questa apertura riflette una trasformazione avvenuta nel corso della seconda metà del Novecento, quando il vetro ha progressivamente conquistato una posizione autonoma all’interno della ricerca artistica, entrando in dialogo con installazione, arte concettuale e pratiche interdisciplinari. GLASSTRESS porta avanti quella trasformazione, mettendo a confronto la tradizione delle fornaci con linguaggi che appartengono pienamente al presente.
Una storia iniziata nel 2009
Dal suo debutto nel 2009, GLASSTRESS ha costruito una rete internazionale di collaborazioni, coinvolgendo musei e istituzioni come il Boca Raton Museum of Art, il London College of Fashion, il Millesgården Museum di Stoccolma e il Museum of Arts and Design di New York.
Nel corso delle diverse edizioni il progetto ha lavorato con artisti come Mark Bradford, Karen LaMonte, Cornelia Parker, Joyce J. Scott e Laure Prouvost, consolidando progressivamente la propria posizione nel panorama internazionale. L’obiettivo rimane quello di mettere in discussione l’idea del vetro come linguaggio specialistico e di dimostrare quanto possa essere fertile quando entra in contatto con pratiche artistiche estranee alla sua tradizione.
Murano, laboratorio del contemporaneo
Il vero tema di GLASSTRESS 2026, in fondo, non è soltanto il vetro. È il rapporto tra tradizione e trasformazione. Murano porta con sé secoli di sapere tecnico, ma la mostra evita di trasformare questa eredità in una semplice celebrazione. Al contrario, la mette alla prova attraverso artisti che arrivano da altri contesti e che possono permettersi di guardare al materiale senza la reverenza di chi lo conosce da sempre. Ne nasce un laboratorio in cui la tradizione non è un punto d’arrivo, ma una materia da riaprire.
Una Biennale dentro la Biennale?
GLASSTRESS mantiene così la sua natura di progetto autonomo ma profondamente veneziano. Nato all’interno dell’orbita della Biennale, nel tempo ha sviluppato una propria identità e una propria capacità di attirare artisti, curatori e pubblico internazionale.
L’edizione 2026, curata da Adriano Berengo, Joanna De Vos e Umberto Croppi, sembra voler ribadire proprio questa posizione: non raccontare semplicemente la storia del vetro, ma chiedersi cosa può ancora diventare. Tra le fornaci di Murano e i palazzi veneziani, il materiale più fragile della tradizione locale torna dunque a confrontarsi con il presente. E forse è proprio questa la sua forza: il vetro non smette di essere antico, ma continua a cambiare forma.
Crediti immagini: INSTALLATION VIEW_Ph. Francesco Allegretto






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