Andrea Pazienza al MAXXI: il segno ribelle che non smette di parlare

Tempo stimato per la lettura: 5,5 minuti
Ci sono artisti che appartengono a un’epoca e altri che, stranamente, sembrano non averne mai avuta una. Andrea Pazienza è di questi ultimi. Dal 24 aprile al 27 settembre 2026, il MAXXI di Roma gli dedica Andrea Pazienza. Non sempre si muore, una grande mostra curata da Giulia Ferracci e Oscar Glioti, secondo capitolo del progetto dedicato all’artista nel settantesimo anniversario della sua nascita. Tavole, disegni, scritti, fotografie, filmati e materiali d’archivio ricostruiscono una parabola artistica breve e incandescente, capace ancora oggi di sfuggire alle etichette e di parlare a un pubblico ben oltre la generazione che lo ha conosciuto.
Un titolo che sembra una sfida
Non sempre si muore prende il titolo da una frase pronunciata da Pazienza in un’intervista del 1988, poco prima della sua scomparsa. Una frase che oggi suona quasi come una provocazione al tempo. Pazienza morì giovanissimo, il 16 giugno 1988, ma il suo lavoro non ha mai smesso di circolare, essere ristampato, scoperto, discusso. Il titolo non promette dunque una resurrezione: registra semplicemente un’evidenza. Alcuni artisti continuano a vivere perché le loro opere conservano la capacità di disturbare lo sguardo.
Il fumetto senza recinti
La quantità delle opere esposte colpisce, ma ancora di più sorprende la loro varietà. Pazienza non è mai stato soltanto un autore di fumetti. Pentothal, Zanardi, Pompeo e Pertini appartengono ormai all’immaginario collettivo, ma accanto alle tavole ci sono dipinti, schizzi, scritti e materiali preparatori che mostrano un artista continuamente in fuga da una definizione. Il foglio diventa un territorio senza confini, dove una vignetta può trasformarsi in poesia e un appunto apparentemente marginale possiede la stessa forza di un’opera compiuta.
Una linea che non sta mai ferma
Pazienza disegnava come se avesse fretta. La sua linea può essere nervosa, elegantissima, sporca, caricaturale, improvvisamente lirica. Non cerca la perfezione della bella illustrazione: cerca l’urto. La parola entra nel disegno, il disegno invade la parola e insieme producono qualcosa di difficilmente classificabile. È questa libertà formale, più ancora dei personaggi diventati celebri, a rendere il suo lavoro così difficile da mettere a distanza. Anche quando sembra raccontare una storia, Pazienza sta già scappando dalla storia.
Zanardi, Pompeo e gli abitanti del disastro
I suoi personaggi non sono semplici maschere generazionali. Zanardi può sembrare l’incarnazione di una certa ferocia adolescenziale, ma la sua freddezza continua a inquietare perché non appartiene soltanto agli anni Settanta o Ottanta. Pompeo è un’altra cosa: più fragile, più esposto, attraversato da una malinconia che allontana improvvisamente Pazienza dall’immagine del disegnatore irridente e irriverente. Sono figure che resistono perché non spiegano una generazione: ne mettono a nudo desideri, paure, contraddizioni e fallimenti.
Dal margine al museo
Portare Pazienza al MAXXI significa anche osservare quanto sia cambiato il rapporto fra fumetto e istituzione culturale. Quello che un tempo poteva apparire come un linguaggio irregolare, periferico, persino sospetto, oggi entra in un museo d’arte contemporanea. Ma la mostra convince soprattutto quando evita di trasformare Pazienza in un autore rispettabile. Le sue tavole conservano qualcosa di anarchico, una resistenza alla catalogazione che sopravvive anche dentro l’ordine delle sale.
Il disegno come gesto
Fra i materiali esposti trova spazio anche il grande murale realizzato dal vivo durante la Fiera del Fumetto di Napoli nel 1987. È un’opera che restituisce la dimensione fisica del disegno: non più soltanto la pagina da sfogliare, ma una superficie da conquistare davanti a un pubblico. Pazienza appare allora nella sua dimensione più concreta, quella dell’artista che pensa attraverso la mano, lasciando che l’immagine nasca sotto gli occhi degli altri. Il disegno non è un risultato: è un’azione.
La pagina come laboratorio
Bozzetti, studi a matita, improvvisazioni, lettere private e prose permettono di entrare nella zona meno spettacolare e forse più rivelatrice della sua opera: quella del lavoro. Qui il mito dell’artista geniale lascia spazio a un autore che prova, cancella, ricomincia, cambia direzione. È un Pazienza meno iconico e più umano, ancora intento a cercare la forma prima che qualcuno possa chiamarla definitiva. Una parte essenziale della mostra sta proprio in questa distanza dal monumento: guardare il lavoro mentre ancora sta diventando opera.
Un’Italia vista di traverso
C’è poi il tempo storico, che nei suoi fumetti entra senza mai trasformarsi in semplice cronaca. Pazienza attraversa l’Italia degli anni Settanta e Ottanta osservandola dal margine, attraverso studenti, tossici, intellettuali, perdenti, cinici, ragazzi arrabbiati e personaggi impossibili. Ma il suo sguardo non è quello del cronista. È più vicino alla febbre. Prende la realtà, la deforma, la accelera, la sporca di humour e la riconsegna al lettore trasformata. Per questo oggi i suoi lavori non funzionano soltanto come documento di un’epoca: continuano a essere strumenti per leggerla.
Una musica dentro il segno
Anche la musica appartiene al paesaggio mentale di Pazienza. Le sue immagini sembrano avere un ritmo: accelerano, rallentano, esplodono, improvvisamente si fermano. Non è difficile immaginare le tavole come partiture visive, costruite attraverso variazioni di tono e improvvise dissonanze. In questo senso, il suo rapporto con la cultura giovanile del tempo non è soltanto un fatto biografico. È una questione di ritmo, di energia, di linguaggio. Il segno di Pazienza sembra sempre sul punto di trasformarsi in qualcos’altro.
Quello che resta
La mostra non chiede di stabilire se Pazienza sia stato un grande fumettista, un artista, un pittore o uno scrittore. La domanda appare quasi superata. Il suo lavoro sta proprio nell’impossibilità di scegliere una sola definizione. A distanza di decenni, le sue tavole continuano a fare qualcosa di raro: non si limitano a ricordare il passato, lo disturbano. Ci costringono a rimettere in discussione il modo in cui guardiamo il presente, con una risata che può diventare improvvisamente una fitta.
Forse è questo il senso più vero di Non sempre si muore. Non la celebrazione di un autore diventato ormai classico, ma la scoperta che un segno nato per raccontare un tempo preciso può rifiutarsi ostinatamente di restare nel passato. Pazienza non torna: era semplicemente rimasto lì, ad aspettare che qualcuno tornasse a guardare.
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Andrea Pazienza al MAXXI: il segno ribelle che non smette di parlare
Tempo stimato per la lettura: 17 minuti
Ci sono artisti che appartengono a un’epoca e altri che, stranamente, sembrano non averne mai avuta una. Andrea Pazienza è di questi ultimi. Dal 24 aprile al 27 settembre 2026, il MAXXI di Roma gli dedica Andrea Pazienza. Non sempre si muore, una grande mostra curata da Giulia Ferracci e Oscar Glioti, secondo capitolo del progetto dedicato all’artista nel settantesimo anniversario della sua nascita. Tavole, disegni, scritti, fotografie, filmati e materiali d’archivio ricostruiscono una parabola artistica breve e incandescente, capace ancora oggi di sfuggire alle etichette e di parlare a un pubblico ben oltre la generazione che lo ha conosciuto.
Un titolo che sembra una sfida
Non sempre si muore prende il titolo da una frase pronunciata da Pazienza in un’intervista del 1988, poco prima della sua scomparsa. Una frase che oggi suona quasi come una provocazione al tempo. Pazienza morì giovanissimo, il 16 giugno 1988, ma il suo lavoro non ha mai smesso di circolare, essere ristampato, scoperto, discusso. Il titolo non promette dunque una resurrezione: registra semplicemente un’evidenza. Alcuni artisti continuano a vivere perché le loro opere conservano la capacità di disturbare lo sguardo.
Il fumetto senza recinti
La quantità delle opere esposte colpisce, ma ancora di più sorprende la loro varietà. Pazienza non è mai stato soltanto un autore di fumetti. Pentothal, Zanardi, Pompeo e Pertini appartengono ormai all’immaginario collettivo, ma accanto alle tavole ci sono dipinti, schizzi, scritti e materiali preparatori che mostrano un artista continuamente in fuga da una definizione. Il foglio diventa un territorio senza confini, dove una vignetta può trasformarsi in poesia e un appunto apparentemente marginale possiede la stessa forza di un’opera compiuta.
Una linea che non sta mai ferma
Pazienza disegnava come se avesse fretta. La sua linea può essere nervosa, elegantissima, sporca, caricaturale, improvvisamente lirica. Non cerca la perfezione della bella illustrazione: cerca l’urto. La parola entra nel disegno, il disegno invade la parola e insieme producono qualcosa di difficilmente classificabile. È questa libertà formale, più ancora dei personaggi diventati celebri, a rendere il suo lavoro così difficile da mettere a distanza. Anche quando sembra raccontare una storia, Pazienza sta già scappando dalla storia.
Zanardi, Pompeo e gli abitanti del disastro
I suoi personaggi non sono semplici maschere generazionali. Zanardi può sembrare l’incarnazione di una certa ferocia adolescenziale, ma la sua freddezza continua a inquietare perché non appartiene soltanto agli anni Settanta o Ottanta. Pompeo è un’altra cosa: più fragile, più esposto, attraversato da una malinconia che allontana improvvisamente Pazienza dall’immagine del disegnatore irridente e irriverente. Sono figure che resistono perché non spiegano una generazione: ne mettono a nudo desideri, paure, contraddizioni e fallimenti.
Dal margine al museo
Portare Pazienza al MAXXI significa anche osservare quanto sia cambiato il rapporto fra fumetto e istituzione culturale. Quello che un tempo poteva apparire come un linguaggio irregolare, periferico, persino sospetto, oggi entra in un museo d’arte contemporanea. Ma la mostra convince soprattutto quando evita di trasformare Pazienza in un autore rispettabile. Le sue tavole conservano qualcosa di anarchico, una resistenza alla catalogazione che sopravvive anche dentro l’ordine delle sale.
Il disegno come gesto
Fra i materiali esposti trova spazio anche il grande murale realizzato dal vivo durante la Fiera del Fumetto di Napoli nel 1987. È un’opera che restituisce la dimensione fisica del disegno: non più soltanto la pagina da sfogliare, ma una superficie da conquistare davanti a un pubblico. Pazienza appare allora nella sua dimensione più concreta, quella dell’artista che pensa attraverso la mano, lasciando che l’immagine nasca sotto gli occhi degli altri. Il disegno non è un risultato: è un’azione.
La pagina come laboratorio
Bozzetti, studi a matita, improvvisazioni, lettere private e prose permettono di entrare nella zona meno spettacolare e forse più rivelatrice della sua opera: quella del lavoro. Qui il mito dell’artista geniale lascia spazio a un autore che prova, cancella, ricomincia, cambia direzione. È un Pazienza meno iconico e più umano, ancora intento a cercare la forma prima che qualcuno possa chiamarla definitiva. Una parte essenziale della mostra sta proprio in questa distanza dal monumento: guardare il lavoro mentre ancora sta diventando opera.
Un’Italia vista di traverso
C’è poi il tempo storico, che nei suoi fumetti entra senza mai trasformarsi in semplice cronaca. Pazienza attraversa l’Italia degli anni Settanta e Ottanta osservandola dal margine, attraverso studenti, tossici, intellettuali, perdenti, cinici, ragazzi arrabbiati e personaggi impossibili. Ma il suo sguardo non è quello del cronista. È più vicino alla febbre. Prende la realtà, la deforma, la accelera, la sporca di humour e la riconsegna al lettore trasformata. Per questo oggi i suoi lavori non funzionano soltanto come documento di un’epoca: continuano a essere strumenti per leggerla.
Una musica dentro il segno
Anche la musica appartiene al paesaggio mentale di Pazienza. Le sue immagini sembrano avere un ritmo: accelerano, rallentano, esplodono, improvvisamente si fermano. Non è difficile immaginare le tavole come partiture visive, costruite attraverso variazioni di tono e improvvise dissonanze. In questo senso, il suo rapporto con la cultura giovanile del tempo non è soltanto un fatto biografico. È una questione di ritmo, di energia, di linguaggio. Il segno di Pazienza sembra sempre sul punto di trasformarsi in qualcos’altro.
Quello che resta
La mostra non chiede di stabilire se Pazienza sia stato un grande fumettista, un artista, un pittore o uno scrittore. La domanda appare quasi superata. Il suo lavoro sta proprio nell’impossibilità di scegliere una sola definizione. A distanza di decenni, le sue tavole continuano a fare qualcosa di raro: non si limitano a ricordare il passato, lo disturbano. Ci costringono a rimettere in discussione il modo in cui guardiamo il presente, con una risata che può diventare improvvisamente una fitta.
Forse è questo il senso più vero di Non sempre si muore. Non la celebrazione di un autore diventato ormai classico, ma la scoperta che un segno nato per raccontare un tempo preciso può rifiutarsi ostinatamente di restare nel passato. Pazienza non torna: era semplicemente rimasto lì, ad aspettare che qualcuno tornasse a guardare.








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