Interviste

Davide Bonazzi, illustratore: “La creatività? Oggi è un cliché, ma anche il bisogno di lasciare un segno”

Alessia
Scritto da Alessia

Davide Bonazzi è uno degli illustratori italiani più talentuosi e originali a livello nazionale e internazionale. Lavora e collabora con clienti prestigiosi come ​The New York Times, Columbia University, American Airlines, Paramount Channel, UNESCO, Greenpeace, Timberland, Il Sole 24 Ore, L’Internazionale….Seguitissimo sui social, ci ha raccontato un po’ di sé in questa intervista.

Davide Bonazzi lavora come illustratore freelance per clienti in tutto il mondo, come importanti editori, inserzionisti, istituzioni e studi di animazione.
Nato e cresciuto a Bologna, in Italia, si è laureato in Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, ha anche studiato illustrazione a Milano allo IED – Istituto Europeo di Design e all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Davide mira a creare soluzioni visive sobrie, concettuali per rappresentare argomenti complessi e le immagini sono tanto narrative quanto spiritose. Le sue sue illustrazioni  vivono in un’atmosfera calda e suggestiva. Il suo lavoro è stato riconosciuto da The Society of Illustrators di New York, Communication Arts, American Illustration, 3×3 ProShow (medaglia di bronzo 2018), Folio (Ozzie Award 2017), Bologna Children’s Book Fair, Creative Quarterly, Hiii Illustration (Grand Prix 2017) , World Illustration Awards. È stato presentato presso la Lürzer’s Archive 200 Best Illustrators Worldwide 2016/17 e 2018/19.

Come e quando nasce la tua passione per l’illustrazione?
Nasce intorno ai 24 anni, quando inizio a guardarmi intorno per capire se avrei potuto fare della mia inclinazione verso il disegno, che mi porto dietro dall’infanzia, un mestiere a tutti gli effetti. Così dopo la maturità classica e una laurea in lettere moderne decido di iscrivermi per un anno al corso serale di illustrazione allo IED di Milano, e successivamente al corso biennale in Accademia di Belle Arti a Bologna. Qui mi innamoro dei maestri dell’illustrazione contemporanea e decido che quella sarebbe stata la mia strada. Fare l’illustratore è in qualche modo una vocazione, non è per tutti: si tratta di mettersi al servizio di una narrazione data da altri pur mantenendo integra la propria visione artistica.

Il tuo primo disegno…Che ricordo ne hai?
Ho un ricordo di me bambino mentre scarabocchio bizzarri animali sghembi su dei fogli di carta. Ricordo ancora il senso di stupore e magia nel vedere apparire quelle forme colorate sul foglio bianco, avrei potuto farlo per giornate intere. Non credo di avere avuto un particolare talento innato per il disegno, solo una passione sfrenata e una certa capacità di osservazione, le uniche cose che alla fine contano.

Cosa ti ha ispirato o ti ispira tuttora, però fuori dal tuo campo (nella Musica, nella Letteratura, ad esempio)
Nella mia formazione mi hanno ispirato tantissime cose, dai film di Kubrick e Fellini alla musica dei Radiohead, da Jack London a Carlo Emilio Gadda.

Hai collaborato e collabori tuttora con clienti prestigiosi a livello internazionale come ​The New York Times, The Washington Post, Variety, GQ, ​​Columbia University, American Airlines, Paramount Channel, ​Hoffmann-La Roche, UNESCO, Greenpeace, Timberland, ​Einaudi, L’Espresso, Il Sole 24 ORE. L’Internazionale…e ne citiamo solo alcuni! Ci racconti qualche episodio? Che tipo di esperienze sono state per te?
Sono state tutte esperienze estremamente formative. Anche quelle più difficili si sono rivelate utilissime a distanza di tempo nel migliorare la mia capacità di gestione delle risorse in situazioni complicate. Di episodi ce ne sarebbero tanti, si va dal classico della consegna a giro molto stretto, in cui si hanno solo cinque o sei ore per realizzare il lavoro – per di più nelle ore in cui da noi fa buio (come succede per il New York Times), a lavori pubblicitari che si dilungano nell’arco di più di un anno, vere e proprie maratone in cui si è costretti a grandi sforzi di autodisciplina per non perdere la concentrazione e la voglia di fare un buon lavoro.
Mi piace sempre citare uno dei miei primi lavori per il Boston Globe, quando avevo ancora poca esperienza in questo campo. Era un venerdì sera, avevo appena mandato una email a uno degli art director del gruppo, di cui avevo trovato il contatto in rete, presentandomi e chiedendogli se fosse interessato a me come illustratore. Non avevo molte aspettative, sapendo che tante di queste email autopromozionali non vengono neanche lette; quella volta invece ricevetti una risposta dopo mezz’ora con la proposta di un lavoro da consegnare entro lunedì. Insomma, dissi addio ai miei piani per il weekend e mi misi subito all’opera. Mi viene da ridere se penso alla quantità di bozzetti che ho presentato, circa venti, per la paura di rovinare quell’occasione che credevo irripetibile. Per fortuna andò tutto per il meglio.

Che cosa significa per te la parola “creatività”?
È una parola oggi purtroppo molto inflazionata, fatico a darne una definizione che non sia un cliché. Direi semplicemente che la creatività è la molla che ci spinge a creare qualcosa in qualunque ambito, per puro divertimento o per il bisogno di lasciare un segno della nostra presenza.

Che tecniche utilizzi?
Nel lavoro, esclusivamente digitale. Per i miei sketchbook invece pennarelli e matite colorate.

Il colore, lo stile, il mood, lo humour che trasmetti in alcune delle tue bellissime illustrazioni, sembrano vintage, ricordano gli anni ’60…trai spunto quindi anche dal passato?
Sì, mi piace lavorare su delle atmosfere vintage per raccontare l’attualità. In generale sono abbastanza fissato con il passato, la storia, la memoria, il tempo. Non tanto in modo nostalgico quanto piuttosto critico. Il passato non è un’età dell’oro, è pieno di storture ma affascina perché è finito, circoscritto, non angoscia come il presente e non è invisibile come il futuro, lo possiamo guardare con la calma con cui si guarda un paesaggio.

Tre aggettivi per descrivere il talento.
Passione, immaginazione, leggerezza.

Come avviene il tuo processo creativo?
Avviene in modo piuttosto ordinato e metodico, non amo la casualità. Di fatto mi metto alla scrivania davanti a un foglio bianco e inizio a pensare. Quando lavoro su commissione, il processo parte sempre da un esame attento del brief, del testo, devo capirlo e metabolizzarlo bene se voglio imboccare la strada giusta. Dopodiché passo alla fase di braistorming, in cui prendo la penna bic e riverso su un foglio di carta tutto quello che mi passa per la testa sull’argomento: parole, pensieri, metafore, scarabocchi, possibili idee e soluzioni da evitare. L’intuizione spesso arriva dall’unire tutti questi puntini, come farebbe un detective che deve raccogliere indizi e seguire una pista. Quando capisco di avere trovato degli spunti interessanti passo a disegnarli in digitale, per vedere se possono funzionare con il mio stile. Qui inizia la fase artistica del lavoro, che mi porterà a finalizzare l’illustrazione a colori; una fase radicalmente diversa dalla prima, meno razionale e più pratica, in cui le maggiori preoccupazioni sono di ordine estetico. Nel frattempo ascolto un film, un documentario o della musica; nella prima fase invece, preferisco il silenzio assoluto.

Avresti mai voluto fare un altro lavoro?
In effetti no.

L’Arte, l’illustrazione, il disegno passano oggi attraverso i social network – come ogni cosa, del resto. Qual è il tuo pensiero in merito?
Utilizzo i social network quel tanto che basta per dare aggiornamenti sulla mia attività di illustratore, e soprattutto per tenermi aggiornato io stesso sulle realtà che mi interessano. In effetti è straordinaria questa facilità di accesso a contenuti che solo dieci o quindici anni fa avrebbero richiesto giornate intere di ricerca, difficile pensare di tornare indietro. Rimane il fatto che questa conoscenza è superficiale e dev’essere necessariamente approfondita con altri strumenti.

Su cosa stai lavorando attualmente? 
Sto lavorando a diverse illustrazioni editoriali per riviste estere, a una serie di copertine di libri per varie case editrici italiane, alla campagna di comunicazione di una nota publisher inglese per un progetto di language-learing rivolto a paesi non anglofoni.

Cosa ti piacerebbe esplorare domani – progetti per il futuro…
Mi piacerebbe avere più tempo per realizzare alcuni progetti personali, perlopiù libri illustrati. Li sto portando avanti pian piano, senza fretta.

Il creautore

Alessia

Alessia

Veneta di nascita (ma vivo a Roma da 10 anni), sono appassionata, abbastanza in questo ordine, di: Steve Jobs, tutto Beatles, Al Pacino, Emma Stone e, da poco, anche di Bruno Mars. Naturalmente amo da morire scrivere, e osservare. Sono curiosa dei nuovi linguaggi contemporanei, in tutte le verie forme.

Loading Facebook Comments ...