Interviste

Emanuele Ingrosso, vincitore nella categoria teatro della Biennale MArteLive

Alessia
Scritto da Alessia

Emanuele Ingrosso nasce nel 1995 e più o meno 21 anni dopo, nel maggio 2016, partecipa al primo poetry slam. Da allora girerà l’Italia con i propri testi, sia all’interno dei poetry slam LIPS che attraverso il suo spettacolo di stand-up poetry “Da piccolo odiavo i bambini”, che debutta nel 2018 a Torino. Nel 2019 lo spettacolo vince il concorso nazionale MArteLive nella sezione “Teatro”.
È co-fondatore di “Sagome di Sabbia”, associazione culturale che si pone l’obiettivo di accompagnare i ragazzi più giovani verso l’universo delle arti performative: per questa cura i laboratori di recitazione comica, improvvisazione e scrittura creativa. È campione ligure LIPS nel 2018 e 2019, vicecampione nazionale 2018 e attuale campione nazionale LIPS.
Nel 2020 ha partecipato (fermandosi in semifinale) alla coppa del mondo di poetry slam che, prevista a Parigi, si è svolta per la prima volta nelle camerette di tutto il mondo.

Ci racconti l’esperienza con MArteLive? Perché hai deciso di partecipare e cosa significa per te aver vinto la finale?
Volevo mettere in gioco me stesso e “Da piccolo odiavo i bambini” anche al di fuori del giro dei poetry slam, ovvero il piccolo mondo fatato che mi ha permesso di mettere insieme i pezzi per lo spettacolo negli ultimi 4 anni.
Vedermi lì a Roma insieme a compagnie rodate e più esperte ha fatto uno strano effetto: mi sentivo fuori luogo, come se mancassi di rispetto all’evento.

Quali emozioni hai provato?
Quando sono salito sul palco per la prova mi sono inventato giochi di luci che non esistevano per non fare brutta figura e ho finito comunque venti minuti prima degli altri.
Solitamente le richieste sono: microfono, asta, del vino fermo e un abbraccio prima di cominciare.
Quella sera non volevo salire sul palco, gli altri erano più sicuri e sul pezzo di me.
Invece poi si è creata proprio l’energia che cercavo e sono stati 15 minuti clamorosi. Detto questo, non immaginavo minimamente che avrei vinto, pensavo di non essere ancora pronto per andare in pasto alla minacciosa categoria “Teatro” e uscirne vincitore. Sembra un discorso da vincitore del Grande Fratello ma la vittoria va divisa col pubblico di quella sera, senza quell’attenzione e quella disponibilità a farsi trascinare non sarebbe mai andato così bene. È il pregio e il difetto dello spettacolo, divido gli sforzi col pubblico ma poi prendo solo io il cachet.

Come si sta sviluppando la tua attività artistica? Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Durante il lockdown sono riuscito a vincere la pigrizia e ho ripreso a scrivere dopo molto tempo. Ne sta nascendo uno spettacolo che sembra andare molto più nella direzione della stand-up, con meno poesie del solito.
Non ho ancora finito di scriverlo ma ho ritrovato l’entusiasmo e la voglia di provare pezzi nuovi, sfidarmi con registri che conosco meno.
Credo che il 2021 mi vedrà più spesso negli open mic di stand-up che nei poetry slam.
Solitamente mi dicono che la mia non è poesia ma cabaret, spero non accada il contrario.
Nel frattempo ho aperto un canale Youtube con la persona che mi ama e mi su/opporta in cui racconto l’universo sconosciuto e calpestato della comicità.
Speriamo di legare a questo canale un progetto nelle scuole di cui non parlo per sana scaramanzia, incrociamo le dita.
Nel frattempo “Da piccolo odiavo i bambini” ha ripreso a girare e sto impazzendo di gioia.

Cosa significa per te la parola creatività?
È come l’acqua, faticosa e noiosa da mandare giù quando ti dicono che fa bene e sei obbligato a farlo, ma ti salva la vita quando sei stremato.
Io, in quanto a creatività, ho passato un bel periodo di disidratazione ma ora finalmente sto riprendendo a botte di 3 litri al giorno.

Cosa ha significato per te il lockdown, come lo hai vissuto?
Paradossalmente stare chiuso in casa mi ha salvato dalla pigrizia.
La vera sfida è stata non sprofondare di nuovo nel divano una volta tornati alla vita di tutti giorni, ammesso che ci siamo tornati. Per ora posso dire di star raccogliendo quello che ho seminato durante la quarantena, in un momento di enorme difficoltà mi sono preso cura di me stesso e non mi sono accontentato di sopravvivere.

Qual è il “consiglio” che ti dai più spesso? Hai un motto?
Non ho un motto ma quello che mi dico sempre è di onorare ogni palco e ogni platea, dalla più grande alla più piccola.
In uno spettacolo il ruolo più difficile è quello del pubblico perché è dettato dall’istinto, e l’istinto può essere brutale.
Se qualcuno ti viene a vedere si mette in gioco più di quanto non sembri e tu devi essergli riconoscente dando il massimo per portare il suo istinto dalla tua parte.

Quale artista, non del tuo campo, del passato o del presente, è stato per te fonte di ammirazione e ispirazione?
Probabilmente non avrei mai preso in mano una penna se non avessi ascoltato “Canzoni a manovella” di Vinicio Capossela.
Per quanto sia distante da ciò che scrivo porto con me tracce dell’immaginario legato a quel disco, testi e musiche intrisi di incanto fiabesco.
Mi auguro ogni giorno che i miei lavori possano muoversi nelle atmosfere vagamente “malincomiche” (chiedo perdono per il termine) di quel disco.
Se mai dovessi riuscire nel mio intento, girerei per Milano in cerca di Vinicio per offrirgli un Gin Tonic e dirgli “grazie”: non sarebbe comunque abbastanza.

Il creautore

Alessia

Alessia

Veneta di nascita (ma vivo a Roma da 10 anni), sono appassionata, abbastanza in questo ordine, di: Steve Jobs, tutto Beatles, Al Pacino, Emma Stone e, da poco, anche di Bruno Mars. Naturalmente amo da morire scrivere, e osservare. Sono curiosa dei nuovi linguaggi contemporanei, in tutte le verie forme.

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