Jorit: “La creatività è quel momento in cui dici: lo posso fare, lo voglio fare, lo devo fare”

About the Author: Alessia

Published On: 2 Agosto 2020

Tempo stimato per la lettura: 6,3 minuti

Abbiamo intervistato uno degli street artist più seguiti tra gli artisti nazionali e internazionali, Jorit, dal tratto distintivo e unico.

Jorit (Napoli, 24 novembre 1990), è un artista italiano, specializzato in arte da strada, attivo principalmente a Napoli.

Hanno scritto su di lui le più grandi testate giornalistiche internazionali come The Guardian e BBC.

Jorit è stato riconosciuto da critici internazionali come Achille Bonito Oliva e la sua attività artistica è divenuta materia di studi e trattati universitari. Affianca a un profondo realismo e a una grande padronanza tecnica del mezzo pittorico con forti messaggi di natura sociale.

Ha incominciato a farsi conoscere a partire dal 2005 attraverso una serie di graffiti eseguiti a Napoli, nella periferia nord e nel centro storico e dal 2008 incomincia a essere riconosciuto anche da alcuni musei e realizza una mostra al MACRO di Roma, al Museo MAGMA e al P.A.N. di Napoli inoltre espone in gallerie a Londra, Berlino, Sydney e Roma. Negli anni duemila e duemiladieci l’attività di Jorit si internazionalizza sempre di più, ma resta principalmente legata alla strada e alla fruizione gratuita e per tutti.

Da 2013 in poi l’attenzione dell’artista si concentra esclusivamente sulla raffigurazione del volto umano che incomincia a marchiare con due strisce rosse sulle guance, che rimandano a rituali africani e che ne segnano il volto dei giovani, determinandone il passaggio dall’infanzia all’età adulta: un momento simbolico dell’entrata dell’individuo nella tribù.

Il tuo rapporto con Napoli…
Napoli è la città in cui (anche se nessuno me lo riconosce) ho fatto una piccola rivoluzione perché non era considerata per nulla all’interno del sistema della street art, non era proprio menzionata. In pochi anni ho realizzato 4 facciate da 10 piani, il record del murale più alto del mondo, varie opere che hanno girato parecchio. Napoli è la mia città e io ci tengo tantissimo, anche alla cittadina poco fuori Napoli che si chiama Quarto, che affettuosamente chiamo il “quarto mondo”, dove ho iniziato a dipingere.
E dove ho passato gli anni più difficili dell’adolescenza.

Che cos’è per te un muro?
Non sono cresciuto con l’idea della tela, ma per me i muri, in generale, la strada, sono il luogo dove si possono esprimere le proprie idee, essendo io cresciuto per strada. Dove si può avere lo spazio per esprimersi. I muri mi hanno salvato, in un certo senso, perché prendevo, in qualche modo, uno spazio ulteriore a me, quindi mi davano l’idea di poter realizzare qualcosa, di poter essere qualcosa. I muri quindi sono uno spazio, uno spazio da “conquistare”, in cui si ha si ha la possibilità di portare da dentro a fuori e di farlo vedere a tutti.

Che cosa significa per te avere “creatività”?
Avere delle idee, delle intuizioni. Per esempio ad un certo punto ho pensato che nel Bronx di San Giovanni (quartiere di Napoli N.d.R) dovesse proprio esserci la figura popolare per eccellenza, quello in cui il popolo napoletano riconosce il riscatto dalle proprie ingiustizie. Forse la creatività è aver detto in quel momento “Io lo posso fare, lo voglio fare, lo devo fare”. E poi l’ho fatto.

Il luogo dove vorresti andare per vivere o lavorare e in cui non sei ancora andato…
Non voglio vivere in nessun’altra parte nel mondo, ho vissuto quasi un anno e mezzo a New York, mi stavo quasi per trasferire, poi ho capito che voglio vivere nel posto che mi dà emozioni e che mi ha cresciuto, poi posso girare posso andare in giro per il mondo, ma io voglio vivere nel “Quarto Mondo”, voglio vivere a Quarto, dove sono cresciuto. Sono fortunato perché con io mio lavoro vado in giro per il mondo, ma secondo me, se uno può deve vivere nel posto in cui si sente a casa, poi ci sono alcuni posti nel mondo che vorrei visitare. In alcuni vorrei tornare, come a Santiago del Cile e anche a Buenos Aires, perché sono due città che ho sentito profondamente come vibrazione, forza umana che c’era poi il Sud America vorrei visitarlo meglio anche se già l’ho visto… e magari avere un contatto più diretto con le città del nord degli Stati Uniti, come Detroit ad esempio. Le periferie, però, perché riguardano un aspetto che mi interessa molto.

Quali sono i tuoi miti artistici? E quelli fuori dal tuo ambito, quindi nella Musica, nello Sport?
I miei miti nell’arte sono sicuramente Banksy, Picasso, Rivera. Stilisticamente e tecnicamente sicuramente Caravaggio, Siqueiros, Frida, ed altri. Nello sport, non solo perché è stato il calciatore migliore di tutti i tempi, ma come uomo è Diego Armando Maradona, nella musica sicuramente Rage Against The Machine, ma ce ne sono tanti altri, sicuramente tutte quelle personalità che con la musica sono riuscita ad andare oltre e hanno elevato la musica a elemento di comunicazione, più forte di quello che settemplice può essere un brano orecchiabile

Ci puoi raccontare il tuo ultimo lavoro?
L’ultimo lavoro è un’opera con 5 volti, al centro c’è George Floyd, la persona uccisa a Minneapolis. Partendo da sinistra c’è Lenin, Martin Luther King, Malcom X e Angela Davis, che sono tutte persone che hanno lottato per i diritti dei lavoratori; in particolare Martin Luther King, Malcom X e Angela Davis per la minoranza afroamericana negli Stati Unti. L’ho realizzata a Barra (n.d.r. quartiere di Napoli), sul tetto di una casa, è il luogo in cui in nel periodo di quarantena ho dipinto anche a terra un’opera di 20 X 50 metri

Un’ultima domanda: cosa volevi fare da bambino?
Da bambino non lo so, però sicuramente da quando ho iniziato a fare graffiti volevo fare questo lavoro. Il mio sogno sembrava irrealizzabile, lontanissimo anni luce, era quello di poter vivere e fare questo di lavoro. Ora ho 30 anni e posso dire che è stata la scelta migliore che io abbia fatto e non me ne pento affatto. Nonostante io abbia dormito per terra, a New York, tra le blatte, non avevo soldi per andare avanti, nessuno mi ha aiutato… nonostante per lavorare e per dipingere io abbia qualche rapporto umano; non sono mai andato alla feste, non mi sono vissuto gli anni migliori e la spensieratezza di certi momenti. Mi sono dedicato sempre al 100% e ora posso dire che mi sono comprato una bella casa con i soldi miei, che mi sto costruendo una famiglia, che ho speranza per il futuro, anche se è sempre incerto per un artista, però posso dire che sono super contento e che sì… verso i 13 anni ho cominciato a dire “Questo è quello che voglio fare per il resto della mia vita e spero che almeno per altri 20 o 30 o andrebbe ben anche solo per 10 anni, io possa continuare a farlo, perché ho ancora tanta rabbia e voglia di fare. Spero che il mondo si sincronizzerà bene, per darmi il modo di farlo.

Website: Jorit
Facebook: Jorit
Instagram: Jorit

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Published On: 2 Agosto 2020

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Tempo stimato per la lettura: 19 minuti

Abbiamo intervistato uno degli street artist più seguiti tra gli artisti nazionali e internazionali, Jorit, dal tratto distintivo e unico.

Jorit (Napoli, 24 novembre 1990), è un artista italiano, specializzato in arte da strada, attivo principalmente a Napoli.

Hanno scritto su di lui le più grandi testate giornalistiche internazionali come The Guardian e BBC.

Jorit è stato riconosciuto da critici internazionali come Achille Bonito Oliva e la sua attività artistica è divenuta materia di studi e trattati universitari. Affianca a un profondo realismo e a una grande padronanza tecnica del mezzo pittorico con forti messaggi di natura sociale.

Ha incominciato a farsi conoscere a partire dal 2005 attraverso una serie di graffiti eseguiti a Napoli, nella periferia nord e nel centro storico e dal 2008 incomincia a essere riconosciuto anche da alcuni musei e realizza una mostra al MACRO di Roma, al Museo MAGMA e al P.A.N. di Napoli inoltre espone in gallerie a Londra, Berlino, Sydney e Roma. Negli anni duemila e duemiladieci l’attività di Jorit si internazionalizza sempre di più, ma resta principalmente legata alla strada e alla fruizione gratuita e per tutti.

Da 2013 in poi l’attenzione dell’artista si concentra esclusivamente sulla raffigurazione del volto umano che incomincia a marchiare con due strisce rosse sulle guance, che rimandano a rituali africani e che ne segnano il volto dei giovani, determinandone il passaggio dall’infanzia all’età adulta: un momento simbolico dell’entrata dell’individuo nella tribù.

Il tuo rapporto con Napoli…
Napoli è la città in cui (anche se nessuno me lo riconosce) ho fatto una piccola rivoluzione perché non era considerata per nulla all’interno del sistema della street art, non era proprio menzionata. In pochi anni ho realizzato 4 facciate da 10 piani, il record del murale più alto del mondo, varie opere che hanno girato parecchio. Napoli è la mia città e io ci tengo tantissimo, anche alla cittadina poco fuori Napoli che si chiama Quarto, che affettuosamente chiamo il “quarto mondo”, dove ho iniziato a dipingere.
E dove ho passato gli anni più difficili dell’adolescenza.

Che cos’è per te un muro?
Non sono cresciuto con l’idea della tela, ma per me i muri, in generale, la strada, sono il luogo dove si possono esprimere le proprie idee, essendo io cresciuto per strada. Dove si può avere lo spazio per esprimersi. I muri mi hanno salvato, in un certo senso, perché prendevo, in qualche modo, uno spazio ulteriore a me, quindi mi davano l’idea di poter realizzare qualcosa, di poter essere qualcosa. I muri quindi sono uno spazio, uno spazio da “conquistare”, in cui si ha si ha la possibilità di portare da dentro a fuori e di farlo vedere a tutti.

Che cosa significa per te avere “creatività”?
Avere delle idee, delle intuizioni. Per esempio ad un certo punto ho pensato che nel Bronx di San Giovanni (quartiere di Napoli N.d.R) dovesse proprio esserci la figura popolare per eccellenza, quello in cui il popolo napoletano riconosce il riscatto dalle proprie ingiustizie. Forse la creatività è aver detto in quel momento “Io lo posso fare, lo voglio fare, lo devo fare”. E poi l’ho fatto.

Il luogo dove vorresti andare per vivere o lavorare e in cui non sei ancora andato…
Non voglio vivere in nessun’altra parte nel mondo, ho vissuto quasi un anno e mezzo a New York, mi stavo quasi per trasferire, poi ho capito che voglio vivere nel posto che mi dà emozioni e che mi ha cresciuto, poi posso girare posso andare in giro per il mondo, ma io voglio vivere nel “Quarto Mondo”, voglio vivere a Quarto, dove sono cresciuto. Sono fortunato perché con io mio lavoro vado in giro per il mondo, ma secondo me, se uno può deve vivere nel posto in cui si sente a casa, poi ci sono alcuni posti nel mondo che vorrei visitare. In alcuni vorrei tornare, come a Santiago del Cile e anche a Buenos Aires, perché sono due città che ho sentito profondamente come vibrazione, forza umana che c’era poi il Sud America vorrei visitarlo meglio anche se già l’ho visto… e magari avere un contatto più diretto con le città del nord degli Stati Uniti, come Detroit ad esempio. Le periferie, però, perché riguardano un aspetto che mi interessa molto.

Quali sono i tuoi miti artistici? E quelli fuori dal tuo ambito, quindi nella Musica, nello Sport?
I miei miti nell’arte sono sicuramente Banksy, Picasso, Rivera. Stilisticamente e tecnicamente sicuramente Caravaggio, Siqueiros, Frida, ed altri. Nello sport, non solo perché è stato il calciatore migliore di tutti i tempi, ma come uomo è Diego Armando Maradona, nella musica sicuramente Rage Against The Machine, ma ce ne sono tanti altri, sicuramente tutte quelle personalità che con la musica sono riuscita ad andare oltre e hanno elevato la musica a elemento di comunicazione, più forte di quello che settemplice può essere un brano orecchiabile

Ci puoi raccontare il tuo ultimo lavoro?
L’ultimo lavoro è un’opera con 5 volti, al centro c’è George Floyd, la persona uccisa a Minneapolis. Partendo da sinistra c’è Lenin, Martin Luther King, Malcom X e Angela Davis, che sono tutte persone che hanno lottato per i diritti dei lavoratori; in particolare Martin Luther King, Malcom X e Angela Davis per la minoranza afroamericana negli Stati Unti. L’ho realizzata a Barra (n.d.r. quartiere di Napoli), sul tetto di una casa, è il luogo in cui in nel periodo di quarantena ho dipinto anche a terra un’opera di 20 X 50 metri

Un’ultima domanda: cosa volevi fare da bambino?
Da bambino non lo so, però sicuramente da quando ho iniziato a fare graffiti volevo fare questo lavoro. Il mio sogno sembrava irrealizzabile, lontanissimo anni luce, era quello di poter vivere e fare questo di lavoro. Ora ho 30 anni e posso dire che è stata la scelta migliore che io abbia fatto e non me ne pento affatto. Nonostante io abbia dormito per terra, a New York, tra le blatte, non avevo soldi per andare avanti, nessuno mi ha aiutato… nonostante per lavorare e per dipingere io abbia qualche rapporto umano; non sono mai andato alla feste, non mi sono vissuto gli anni migliori e la spensieratezza di certi momenti. Mi sono dedicato sempre al 100% e ora posso dire che mi sono comprato una bella casa con i soldi miei, che mi sto costruendo una famiglia, che ho speranza per il futuro, anche se è sempre incerto per un artista, però posso dire che sono super contento e che sì… verso i 13 anni ho cominciato a dire “Questo è quello che voglio fare per il resto della mia vita e spero che almeno per altri 20 o 30 o andrebbe ben anche solo per 10 anni, io possa continuare a farlo, perché ho ancora tanta rabbia e voglia di fare. Spero che il mondo si sincronizzerà bene, per darmi il modo di farlo.

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