Interviste

Illoco Teatro: giovani, versatili con un pubblico eterogeneo e “non teatrale”

Alessia
Scritto da Alessia

Abbiamo intervistato i giovani di Illoco Teatro, una giovane e versatile realtà romana, che lavora a piena ritmo e che ha dentro il cuore una missione, quella di avere un pubblico eterogeneo, svelata da uno dei loro maestri Jean-Jacques Lemetre: “Quando state preparando uno spettacolo pensate che davanti a voi, seduto in platea, ci sarà qualcuno che non è mai entrato a teatro, qualcuno che fa il vostro lavoro, conosce i segreti del vostro mestiere e li sa analizzare e denudare ma soprattutto qualcuno per cui il vostro spettacolo sarà l’ultimo della sua vita”.

Illoco Teatro, cosa significa il vostro nome?

Partiamo dal presupposto che la parola “Illoco” non vuol dire nulla. È piuttosto un suono, un’onomatopea che, però, al suo interno, ha delle assonanze con una parola a cui attribuiamo significati e concetti che ci stanno a cuore. Innanzitutto “loco” inteso come spazio, ma anche “loco” inteso come matto. Ci consideriamo “matti” nell’accezione più positiva del termine: il matto che rischia, che proietta su un oggetto o su un luogo delle immagini e delle visioni inesistenti. E ancora, da qualche parte risuona l’eco di Lecoq, il maestro al quale maggiormente abbiamo dedicato la nostra formazione e che per noi è fonte di ispirazione e guida in tutte le nostre fasi di lavoro.

Illoco è volontariamente una parola senza significato, è come il verso di un bambino che, se pur sgrammaticato, riesce a comunicare.

Siete molto versatili e trasversali con le varie attività, e vi avvalete di professionisti in diversi settori, quale obiettivo vi ponete nelle performance? Come nasce l’idea di uno spettacolo?

Il filo conduttore è il desiderio di creare e approfondire un tipo di teatro poetico in cui il gesto, l’oggetto, la macchina e il movimento collaborino alla realizzazione di una sospensione teatrale onirica e al tempo stesso comunicativa. Questa estetica attraversa tutte le dimensioni della scrittura scenica e della regia, caratterizza una propria filosofia di produzione di allenamento e di occupazione dello spazio. Illoco Teatro rappresenta una realtà eterogenea unita nella ricerca sul teatro poetico d’immagine e parola, sulle possibilità e potenzialità dell’oggetto in rapporto all’attore cercando di creare suggestioni poetiche. L’immagine poetica che da sola sa di trasmettere emozioni e messaggi attraversa tutta l’estetica di Illoco Teatro, dalla performance, a un semplice monologo per un attore a spettacoli con macchine sceniche, danza e circo.

A quale pubblico vi rivolgete?

La nostra principale urgenza è quella di rivolgerci ad un pubblico il più possibile eterogeneo.

Un giorno, un maestro francese, Jean-Jacques Lemetre ci ha detto: “Quando state preparando uno spettacolo pensate che davanti a voi, seduto in platea, ci sarà qualcuno che non è mai entrato a teatro, qualcuno che fa il vostro lavoro, conosce i segreti del vostro mestiere e li sa analizzare e denudare ma soprattutto qualcuno per cui il vostro spettacolo sarà l’ultimo della sua vita”.

Un’esperienza che ci ha insegnato tanto circa il rapporto con il pubblico (che oggi, è una delle questioni più ardue per una compagnia teatrale giovane) è stata il nostro progetto all’interno del Festival Outdoor 2016; un festival che non si occupa di teatro e che ci ha visto costretti in uno spazio senza alcuna specificità teatrale. Ci  rivolgevamo ad un pubblico “non teatrale” di giovani e famiglie giunti al festival per altri motivi e poco avvezzi ad assistere ad una performance teatrale. È stata una sfida, un rischio grosso ma, alla fine, la maggior parte del pubblico è stato affascinato dal contrasto che abbiamo creato: l’atmosfera intima delle nostre performance “sussurrate” mentre fuori imperversavano musica disco e monumentali istallazioni artistiche. Siamo riusciti a comunicare qualcosa, ad emozionare. C’è stato un forte scambio nell’ultimo posto dove mai avremmo immaginato di esibirci. Questo ci ha dato la spinta per continuare a lavorare sul progetto performativo di “teatro metropolitano”, figlio forse di quel teatro di strada nato dalla frustrazione per un teatro istituzionale e asfittico.

Una volta Stanislavskij ha dichiarato: “Il mio scopo non è insegnarvi a recitare, il mio scopo è aiutarvi a creare un uomo vivo da voi stessi”. Che ne pensate?

Pensiamo che Stanislavskij con questo abbia voluto trasmettere ai suoi allievi il fatto che in scena vada portata della materia vivente e organica. Per farlo bisogna partire dall’unica cosa viva che possediamo: noi stessi. Bisogna partire dai nostri sogni, dai nostri desideri, dalle nostre necessità: dal modo in cui ognuno di noi, in maniera unica e non replicabile, guarda, sente e ascolta quello che lo circonda. Quello che noi creiamo, all’interno degli spettacoli nasce dal bisogno di rendere tangibile e fruibile agli altri tutto questo universo di visioni suoni e sensazioni che ci appartengono; di  condividere con gli altri questa nostra materia vivente.  Uno dei nostri scopi è quello di creare bellezza senza però allontanarci troppo dalle nostre identità e costringerci in trame, personaggi o artifici creati al solo fine di stupire. D’Annunzio ci viene in aiuto: “Io non obbedisco se non alle leggi di quello stile a cui, per attuare un mio concetto di ordine e di bellezza, ho assoggettato la mia natura libera”. Questo concetto di “verità” può apparire contraddittorio guardando alle trame e ai personaggi dei nostri spettacoli i quali sono sempre ambientati in circostanze oniriche e surreali. Preferiamo portare sogni e visioni piuttosto che una realtà tangibile e riconoscibile come quella del quotidiano. Questo è ancor più valido se pensiamo alle macchine sceniche che spesso compaiono nei nostri lavori. Sono oggetti senza vita, macchine appunto ma, che grazie a noi vivono e respirano. Se un bambino gioca a fare l’astronauta e immagina di volare e che il suo letto sia la sua navicella, lui ci crede talmente tanto che questo diventa reale per lui. Il sogno, per diventare tangibile deve essere ancorato ad una personale verità, ancor più che alla vita stessa.

La parola creatività in 3 aggettivi, secondo voi…

È difficile definire la creatività con gli aggettivi, noi ci proviamo con una proporzione in cui i fattori sono: avere un’idea, volerla concretizzare, il tempo e l’impegno impiegati per farlo.

In questa proporzione c’è un’incognita “x”: gli altri. Come gli altri recepiscono il risultato della mia creatività? Se avrò comunicato qualcosa ad uno solo di coloro che fanno parte di quell’incognita “x” allora la proporzione sarà perfetta.

In cosa siete cresciuti nel tempo, rispetto all’inizio della vostra attività?

L’associazione culturale Illoco Teatro nasce nel 2011 dalla voglia di mettersi in gioco di un piccolo gruppo di artisti con l’ obiettivo di creare una “famiglia teatrale”. Col tempo quel nucleo originario si è allargato, ha accolto nuove e diverse figure professionali (scenografi, musicisti, attori, scrittori), ha migliorato l’organizzazione interna delegando compiti, mansioni e responsabilità extra-artistiche.

Questo ci sta aiutando a creare un modello di teatro sostenibile non avendo, purtroppo, nessun sostegno istituzionale. Giorno dopo giorno lavoriamo per far crescere questa famiglia. Ad esempio, attualmente, ci stiamo impegnando per darle una “casa”, aumentare la distribuzione e l’aspetto economico. Durante il nostro percorso, per aumentare le nostre capacità e potenzialità, ci siamo dedicati a progetti che esulano dal solo spettacolo teatrale: eventi, laboratori, pedagogia infantile.

La strada è ancora lunga, tante cose sono cambiate tranne quell’idea di famiglia, di gruppo, che lavora insieme, spalla a spalla, verso un obiettivo comune: fare il lavoro che amiamo.

Fra i tanti spettacoli che avete realizzato, ce n’è qualcuno che avete nel cuore?

Senza dubbio lo spettacolo “Le Voci”. Testo poetico dove il viaggio appare quasi come un miraggio, su un binario morto dove il treno non si sa se passerà. Il viaggio come partenza senza ritorno oppure memoria di chi resta e cerca di catturare “le voci” di chi non fa ritorno. La produzione più “sudata”, con più di un anno di gestazione. Un progetto che, non a caso, ha avuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali (Vincitore “Giovani Direzioni 2016” e selezionato al “33° Festival Internazionale di Almada” come rappresentante del “Novissimo Teatro Italiano”). Lo spettacolo è inedito: scritto, diretto e allestito grazie solo a maestranze interne al gruppo. Tratta di un tema che ci sta particolarmente a cuore, avendo la maggior parte di noi origini meridionali.

Dopo Milano, Lisbona, Varese e Reggio Emilia siamo felici di poterlo finalmente presentare a Roma. Ma non vi diciamo di più…

Quale futuro immaginate per la vostra Compagnia?

Beh, ovviamente di diventare ricchi e famosi. Ma anche solo ricchi va bene.

Il vostro prossimo lavoro.

Stiamo cercando di ampliare il lavoro iniziato per il Festival Outdoor 2016, lavorando a un progetto di teatro metropolitano in spazi non convenzionali. Partendo dalle due performance presentate al padiglione teatro di Outdoor vogliamo creare un intervento performativo di “itineranza” tra più installazioni teatrali. Questo lavoro vuole indagare sulle paure, i bisogni, i rifugi, la perdita e la solitudine dell’essere umano contemporaneo attraverso micro situazioni intime. Un progetto che speriamo possa vedere la luce questa primavera.

Il creautore

Alessia

Alessia

Veneta di nascita (ma vivo a Roma da 10 anni), sono appassionata, abbastanza in questo ordine, di: Steve Jobs, tutto Beatles, Al Pacino, Emma Stone e, da poco, anche di Bruno Mars. Naturalmente amo da morire la pubblicità, l'adv online e tutti i vari media.

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