Interviste

“Monolito Digitale”, ovvero un’esperienza distruttiva dell’internauta in quarantena

Alessia
Scritto da Alessia

Monolito Digitale
2020
Davide Lorenzano – Giancarlo Covino

“Monolito Digitale” è un grottesco e scanzonato atto di accusa alla società odiatrice. È una rappresentazione fedele del sentimento di spregio, l’epilogo della conversazione tra due sconosciuti su Facebook, avviata tra i commenti di una notizia sulla pandemia o il risultato empirico dell’osservazione di un esercizio pubblico di agnotologia.
È il caso di un utente che, alle prese con un agitato botta e risposta, perde le staffe. Al culmine della discussione, inveisce contro l’interlocutrice, prima in pubblico poi in privato, colpevole di avere espresso contraria e argomentata opinione, fintantoché alle vessazioni aggiunge la minaccia: guastarle l’immagine in Rete. Una storia vera di ordinaria follia che trasforma l’uomo civilizzato in un primate indomabile. Così la tecnica e l’invenzione umana finiscono per ridursi alla stregua di un poderoso osso di femore per randellare rabbiosamente l’obiettivo, mentre il terzo osserva basito. Un’illustrazione che assume i contorni del rosso sangue; un desiderio istintivo e recondito per ogni hater che al disprezzo alza calici in onore.
L’odio è ora sdoganato. Vola con parole tremende, cala con silenzio ieratico, s’imbeve di rancore acquitrinoso. Una presenza ingombrante nella società iperconnessa, come un monolite che giace al centro di un insediamento tribale, cui membri se le suonano di santa ragione. Il richiamo a una popolare pellicola di Stanley Kubrick è palpabile ma congeniale. Però, mentre in 2001: Odissea nello spazio era la battuta d’inizio, nel 2020 pare la battuta di fine. Mentre le armi sono mutate, l’uomo non pare poi diverso dai suoi antenati ominidi.


“Monolito digitale” è un’opera di poesia visiva a firma Davide Lorenzano (Caltanissetta, 1990), con un’illustrazione di Giancarlo Covino (Caserta, 1976), giornalista il primo, vignettista il secondo. È conseguenza di una miscela artistica con reagente l’influenza del duo Sarenco – Alain Arias-Misson. Il concept, un’esperienza distruttiva dell’internauta in quarantena per via dell’epidemia da nuovo coronavirus, nasce invece da un’esperienza costruttiva nell’uso di social network: Lorenzano incontra casualmente Covino dalle strisce su vicende di attualità. Da qui, l’unione al fine di creare un’elaborazione visuale, da un’idea personale poi armonizzata.
Come il testo collocato a pattern nel display dello smart-monolite, che pare approssimare all’infinito opinioni iraconde e insulti ignoranti col pulsante “Altro”, anche il testo poetico – ove si cela un messaggio nascosto – è avulso da punti fermi, a significare la possibilità di proseguimento del verso con ulteriori ostilità ma anche la tendenza brulicante a lasciare incompiuta una causa. E nessuno ha mai l’ultima parola.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Davide Lorenzano, ideatore della “poesia visiva”.

Che cos’è il “Monolito digitale”? Di che si tratta?
“Monolito digitale” è un manifesto culturale, applicabile in qualunque tempo a condizione che l’Internet prosegua l’esistenza e, con lei, utenti senza freni. Per mezzo di quest’opera, con Giancarlo Covino abbiamo perciò desiderato cristallizzare un fenomeno sociale, spesso preludio di conseguenze più o meno evidenti nella vita reale, non senza però una precisa trama. Sotto quegli ominidi fuori dai gangheri, l’elaborazione testuale è una frenetica sintesi di cosa sia accaduto ad una giovane e avvenente donna che, ad una notizia apparsa su Facebook, aveva osato commentare anche lei ma in controtendenza rispetto agli altri. Questa piccola ma vera storia si è esaurita allorquando la malcapitata è stata destinataria di messaggi privati con offese strampalate e minacce velate. Ecco il perché della frase nascosta nel testo, individuabile da quanti vorranno cercarla.

Com’è nata l’idea di realizzarlo?
Con la quarantena per via della pandemia di Covid-19, la popolazione globale s’è riversata su canali di social networking e piattaforme di teleconferenze come mai prima. Si pensi tuttavia alla Rete come lo strumento senza la quale, ad esempio, non avrebbe potuto proseguire l’alfabetizzazione dei piccoli o il perfezionamento degli studi di tanti giovani adesso laureati via webcam. Non solo perciò un villaggio ospitante folle inferocite con quanti la pensino diversamente, il web è un crocevia di soluzioni e opportunità.

Che cosa hai elaborato, quindi?
Ho incontrato la sagacia di Giancarlo Covino, che ha condiviso armoniosamente l’idea originale. La nostra è una denuncia, preferendo ai modelli di comunicazione già noti quello della poesia visiva: un linguaggio che pare assomigliare ai banner che popolano i nostri dispositivi interconnessi e che s’è sempre contraddistinto per una più vivace convivenza di elementi testuali e grafici, una miscellanea artistica e, in un certo senso, anche ludica. È molto interessante osservare come importanti opere del passato, riferibili a questo genere, appaiano straordinariamente moderne e attuabili.

Come avete pensato di svilupparlo?
Per raccontare questo “episodio” non sono ricorso a strumenti giornalistici poiché, rispetto ai suoi dettagli, ho ritenuto più importante ciò che rappresentasse….

C’è un richiamo e una citazione a Stanley Kubrick…
La citazione al capolavoro di Stanley Kubrick è importante e credo sintomatica di un’influenza cinematografica che, fin da piccolo, m’ha appiccicato al grande schermo e, soprattutto, condotto allo studio attento delle immagini per comunicare. Il film che, più di qualunque altro, forse, esplora il ruolo della conoscenza e della tecnica dell’uomo, è riducibile a questa icona. Quella delle creature di una specie australopitecine darsele di santa ragione, di fronte ad un grande ed enigmatico monolito scuro: in questo caso uno smartphone, l’apparecchio che per antonomasia, ormai, rappresenta la nostra connessione con il mondo. Forse, l’utensile più importante scoperto nella Storia dell’uomo, utilizzato nel peggiore dei modi.

Quale ruolo hanno oggi i social network nel dibattito globale? Talvolta sembrano un concentrato di odio e “soprusi” digitali…
Quel che ha reso l’odio un fenomeno sociale nuovo è l’utilizzo che si fa dei social network. Strumenti che, spesso, diventano veicolo di aggressività. Talvolta anche gratuita. Se prima circolava con timidi nickname, oggi si manifesta senza scrupoli con nomi e cognomi. Su Facebook sono stato spettatore di un acceso dissidio tra due miei amici: l’uno colpevolizzava l’altro per un Mi piace, a suo dire troppo “facilone”, su un post di natura politica; ma non solo, è curioso come un sentimento di avversione possa essere provocato anche da quel che l’utente, più semplicemente, non fa. Come non mettere like al post dell’amico o conoscente: contatti non inattivi o disinteressati bensì falsi o invidiosi, non c’è altra logica spiegazione. Così s’è inselvatichito l’internauta e il dibattito delle idee, mancando di sfidarsi su più serie problematiche: dalla mancanza di lavoro al lavoratore in burnout, dal diritto di accedere alla rete al diritto di disconnessione, per esempio. “Monolito digitale” è una caricatura di questa società digitale, una sperimentazione poetica e visuale realizzata a quattro mani.

Qual è la finalità di questo progetto?
Come potrà evincersi dalla descrizione dell’opera, la finalità del progetto è la denuncia dell’odio sul web, ovvero quanto sia sdoganato, ormai, insultarsi vicendevolmente. Di più: quanto questo sentimento, talvolta preludio di conseguenze più o meno evidenti nella vita reale, rappresenti una minaccia per la civiltà del 2020 che, in fondo, non pare vincere il confronto con quella dei nostri antenati. Oggi, unico e inscalfibile monolito di fronte la quale si compie un empio scontro tra individui è lo smartphone.

Che tipo di durata o di continuità può avere un’opera di questo genere?
Non esiste realmente una durata. L’opera, va da se, è concettuale di un fenomeno che, forse, purtroppo, difficilmente svanirà domani, a meno che qualcuno non spenga l’Internet. Crediamo perciò idealmente che la durata sia indefinita.

Quali sono gli obiettivi che vi prefiggete?
Gli obiettivi sono molteplici. Certamente, offrire una modalità differente per trasmettere indignazione, non solo nei confronti di terzi ma anche di noi stessi. Al di là della sensibilizzazione, per gli autori c’è la sperimentazione di un linguaggio non nuovo, che mal si sposa con i contenuti tradizionali visualizzabili dai social network, ma da sempre affascinante ed enigmatico qual è la poesia visiva, con cui gli autori osano presentarsi a un pubblico di estimatori.

Biografie:

Giancarlo Covino è nato nel 1976 a Caserta. I suoi disegni e le sue vignette, ispirati da cronaca e società, sono stati pubblicati da numerosi progetti editoriali, webzine e quotidiani: Il Mattino, Il Foglio, Il Manifesto. Si definisce essenzialmente un disegnatore, la cui sfida è comunicare, porre domande piuttosto che dare risposte, ritenendo l’umorismo grafico un mezzo di espressione personale e di condivisione, ma anche una sorta di termometro della democrazia, in grado di misurare la libertà di Paesi o società. Dal 2006 al 2010 è curatore di una rubrica di illustrazioni satiriche sul portale del Festival Internazionale della Satira di Salerno e, dal 2015, del blog giancarlocovino.wordpress.com. Nel 2019 riceve il Prix della XI edizione del concorso di umorismo e satira CartoonSEA. Ama muoversi in bicicletta.

Davide Lorenzano è nato nel 1990 a Caltanissetta. Giornalista pubblicista con il vizio della ricerca storica e dei nuovi linguaggi, ritenendo l’informazione per immagini l’ormai primo, indiscusso confluente mediatico. Ha lavorato dapprima come consulente editoriale per piccole case editrici e collaborato con quotidiani e giornali online come il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, il Giornale di Sicilia, The Post Internazionale occupandosi per lo più di organizzazioni criminali e ambiente. Nel 2016, ha scritto e diretto “Il Giudice di Canicattì. Rosario Livatino, il coraggio e la tenacia”, documentario indipendente con la voce di Giulio Scarpati in onda su Rai Storia e in streaming su Rai Play. Nel 2020, ha scritto e diretto “L’Abbraccio” sulla storia dimenticata di Antonino e Stefano Saetta, documentario con la fotografia di Daniele Ciprì prossimamente distribuito. L’Italia è la sua città, dice, in un Paese chiamato Terra.

Il creautore

Alessia

Alessia

Veneta di nascita (ma vivo a Roma da 10 anni), sono appassionata, abbastanza in questo ordine, di: Steve Jobs, tutto Beatles, Al Pacino, Emma Stone e, da poco, anche di Bruno Mars. Naturalmente amo da morire scrivere, e osservare. Sono curiosa dei nuovi linguaggi contemporanei, in tutte le verie forme.

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